Speak No Evil: un remake divertente ma innocuo – Recensione

Speak No Evil

Gli americani Ben Dalton, sua moglie Louise e la figlia undicenne Agnes si trovano in vacanza in Italia, in cerca di una una pausa dalla loro stressante routine londinese. Lui ha recentemente perso il lavoro e sta attraversando la classica crisi di mezz’età, che si riflette inevitabilmente anche nella situazione coniugale. Al resort incontrano Paddy e Ciara, una coppia britannica esuberante e libera con la quale entrano in sintonia.

Qualche mese dopo sono proprio questi ultimi a invitare i malcapitati protagonisti di Speak No Evil a trascorrere un weekend nella loro casa di campagna nel Devon, nell’Inghilterra più rurale. Nonostante alcune riserve iniziali, i Dalton accettano sperando che la gita possa aiutare a riparare ulteriormente il loro matrimonio. Ma una volta arrivati in quella fattoria isolata, scoprono come i padroni di casa nascondano degli inquietanti segreti e comprendono di trovarsi in grave pericolo.

Speak No Evil: cambiamenti importanti – recensione

Qualche tempo fa su queste stesse pagine vi avevamo parlato di Speak No Evil, film danese diretto due anni prima da Christian Tafdrup, un’opera scioccante che ridefiniva i confini del mostrabile in un finale shock, in grado di disturbare anche lo spettatore più navigato. Un cult immediato, tale da guadagnarsi le attenzioni internazionali e la purtroppo “ovvia” messa in cantiere di un remake hollywoodiano, qui oggetto della recensione in quanto da poco disponibile nel catalogo Netflix.

Diciamo subito che, com’era prevedibile, l’ultima mezzora prende un’altra strada, più facile e commerciale a cominciare da quell’epilogo che sembra scritto su misura per il grande pubblico. Niente violenza brutale, ma bensì un impianto ludico da action-thriller che vorrebbe guardare a grandi classici come Cane di paglia (1971) ma cede alle logiche di un intrattenimento più fine a se stesso.

Eppure i primi due terzi di visione restano relativamente fedeli all’originale e non a caso funzionano nella costruzione di una logica tensiva che cresce progressivamente minuto dopo minuto, non appena compreso che i padroni di casa celano un qualcosa di spaventoso dietro quella facciata affabile ed estroversa.

Dietro e davanti lo schermo

Dietro la macchina da presa troviamo James Watkins, che ricordiamo soprattutto per il folgorante Eden Lake (2008) e per il gotico The Woman in Black (2012), che qui sembra affidarsi unicamente alla forza del prototipo. Cercando di cambiare qua in là e tono e atmosfere, che oscillano tra la tensione psicologica e un approccio quasi da dark comedy, smussando gli spigoli più disturbanti. È un cinema dell’insofferenza, che trova nel cast il suo punto di forza.

James McAvoy nei tonitruanti panni di Paddy è il cuore nero del racconto, un predatore travestito da anfitrione carismatico, capace di rendersi credibile nel trasformare ogni insidia in scherzo, camuffando così le sue reali intenzioni. Un lavoro sfaccettato, tra sottrazione e improvvise esplosioni di rabbia, che catalizza le attenzioni del pubblico, mantenendo costante quel feeling di minaccia latente, pronta a esplicitarsi soltanto nella definitiva resa dei conti.

Aisling Franciosi, compagna di sadismo nelle vesti di Ciara, dà vita a una figura altrettanto ambigua, mentre Mackenzie Davis e Scoot McNairy incarnano con devozione una coppia intrappolata nelle proprie convenzioni, che si ritrova a ricercare l’unione perduta nel momento di estremo bisogno.

Pur a tratti divertente, Speak No Evil 2024 è un rifacimento timoroso e canonico, che non ha il coraggio di osare fino in fondo rischiando così di perdersi in un filone nel cinema d’oggi quanto mai affollato.

Conclusioni finali

Laddove l’originale sguazzava senza compromessi morali in un nichilismo feroce, mutando la passività borghese in condanna spietata e in una rappresentazione della violenza cruda ma necessaria, questo remake a stelle e strisce opta per una via più facile e accomodante.

Per buona parte del racconto Speak No Evil segue relativamente fedelmente le scelte narrative del prototipo, salvo distaccarsi in una mezzora finale che opta per una svolta ludica, la canonica resa dei conti tra buoni e cattivi, con il pubblico portato a tifare ovviamente per i primi. Subentrano così le dinamiche tipiche dell’home invasion, anche se qui sono i padroni di casa ad assediare e non a essere insidiati, e soltanto la carismatica performance di James McAvoy riesce a evitare che si scada in una farsa fine a se stessa.

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