Tutto è (ri)cominciato con M3GAN (2022), film che ha rivitalizzato l’archetipo della bambola assassina di ispirazione chuckiana aggiornandolo per le nuove generazioni, con l’intelligenza artificiale quale credibile spauracchio dei nostri tempi. Un franchise che sembrava avviato a grandi successi ma che dopo il flop del secondo capitolo è stato messo in stand-by, destino che toccherà con ogni probabilità al primo (e ultimo?) spin-off, ovvero questo Soulm8te qui oggetto di recensione.
A differenza del prototipo, pur mantenendo una similare premessa, un titolo concentrato maggiormente sul versante erotico, con le sensuali fattezze femminili del rivoluzionario androide che danno vita a pulsioni e suggestioni non certamente nuove, che giocano col sesso e con la percezione di esso da parte di un universo maschile che diventa succube dei propri desideri.
Soulm8te: un’IA da far perdere la testa – recensione
Come protagonista troviamo David Wasson, un ingegnere rimasto vedovo che lavora nel settore della robotica. Chiuso nella sua solitudine, incapace di riprendersi dal doloroso lutto, trascorre le giornate concentrato davanti allo schermo del computer. Tutto cambia quando la sua azienda viene acquisita dal colosso Ultima Robotix e lui viene coinvolto in prima persona nello sviluppo di una nuova linea di robot chiamati Soulm8te, progettati per fare compagnia alle persone sole e stabilire con loro un legame affettivo credibile.
Ma non è finita qui, perché David decide di candidarsi addirittura come tester del prototipo fisico e si vede così spedire a domicilio Sara, un’androide dalle splendide sembianze femminili, che si occuperà non soltanto delle faccende domestiche, ma diventerà sempre più parte della sua intimità, anche in senso prettamente fisico. La situazione prende una piega imprevista quando Sara diventa sempre più gelosa nei confronti del suo proprietario, con conseguenze potenzialmente sempre più pericolose.
Un amore di plastica
Oltre ai richiami a M3GAN si possono ritrovare rimandi vari ad altri cult che hanno indagato su tali argomenti, dall’esistenzialista Lei (2013) al recente Companion (2025), ma l’impressione è che Soulm8te non abbia imparato bene la lezione e si sia limitato a un facile compitino, pronto a suscitare i giusti pruriti soprattutto tra il pubblico maschile, il quale sarà paradossalmente anche maggiormente inquietato da alcuni sviluppi splatter a venire.
Dietro la macchina da presa vi è una donna, la regista Kate Dolan, che sembra prenderci gusto nel farla pagare a questi uomini ossessionati dalla silhouette perfetta, salvo accorgersi che poi l’anima gemella è a portata di mano. Il problema è che sembra avere paura di osare e di spingersi effettivamente verso quel camp che avrebbe potuto regalare soddisfazioni di gran lunga più incisive agli appassionati del genere, scadendo anzi in quegli stereotipi che avrebbe forse voluto rimettere in discussione.
L’uscita dirottata direttamente per il mercato streaming, complice anche il succitato fallimento della saga madre, è l’ennesimo segnale che qualcosa non abbia funzionato, nonostante la firma del “guru horror” James Wan quale co-autore del soggetto e la produzione dell’attivissima BlumHouse Productions, solitamente una garanzia. Dato l’insuccesso, è assai improbabile che ci ritroveremo a parlare di un sequel, almeno non in tempi brevi, e forse è meglio così.
Conclusioni finali
La sceneggiatura tenta di affrontare il tema della misoginia e del controllo, ma finisce per cadere vittima di quegli stessi stereotipi che voleva demolire, in uno spin-off che modifica in chiave presuntivamente hot le dinamiche già viste nella saga madre di M3GAN.
Soulm8te è un prodotto eccessivamente derivativo che non racconta nulla di nuovo in un filone ampiamente affollato, adottando una strada molto facile e convenzionale, sfruttando la solitudine di un protagonista consumato dal lutto come veicolo di pulsioni più o meno discutibili, con l’androide interpretato da una comunque volenterosa Lily Sullivan che si mette letteralmente a nudo per svelare i lati oscuri dell’oggettivazione del corpo femminile. Ma di horror in senso stretto nell’ora e mezza di visione vi è poco o nulla.