Return to Silent Hill, un adattamento mediocre dal videogioco cult – Recensione

Return to Silent Hill

Come abbiamo sottolineato più volte in altre recensioni, e come d’altronde recita il detto, l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Mai come in quest’occasione, però, la frase calza a pennello, in quanto a sedersi nuovamente dietro la macchina da presa per Return to Silent Hill è proprio Christophe Gans, che già vent’anni fa diresse il primo adattamento cinematografico del popolare videogioco.

Silent Hill (2006), pur non essendo un’operazione priva di sbavature, è stato considerato a lungo tra le migliori trasposizioni cinematografiche tratte da un videogioco, grazie anche ad alcuni passaggi discretamente inquietanti e a una storia che si ispirava, più o meno liberamente, alla fonte originaria. Ora il regista francese è tornato a confrontarsi con questa lugubre cittadina del mistero, senza però ritrovare la stessa ispirazione e dando alla luce un progetto a dir poco problematico.

Return to Silent Hill: ricominciamo – recensione

Il protagonista è James Sunderland, un pittore alle prese con gravi traumi esistenziali in seguito alla morte dell’amata moglie Mary Crane. I due si erano conosciuti nei pressi di Silent Hill, cittadina nella quale lei viveva e teatro di eventi misteriosi che hanno progressivamente contribuito ad allontanarli. Un giorno, l’uomo riceve una lettera dalla moglie defunta, che gli chiede di tornare al più presto in quella località per lei natale.

Il messaggio riapre una ferita mai rimarginata e spinge James a mettersi in viaggio, ignaro di ciò che lo attende una volta arrivato. L’intera cittadina è ormai in rovina e abbandonata, ricoperta da una fitta cenere e popolata da creature mostruose che iniziano a dargli la caccia. Tra realtà e immaginazione, il protagonista dovrà scoprire cosa gli stia accadendo prima che sia troppo tardi.

Nei meandri dell’orrore

Questa volta Gans ha scelto di affrontare direttamente quello che per molti appassionati del videogioco rappresenta l’episodio più maturo e doloroso dell’intera saga, ovvero Silent Hill 2. Uscito originariamente nel 2001, prima dei più recenti remake, aveva trasformato l’horror psicologico in un’indagine sulle zone più oscure dell’animo umano, dando vita a un’esperienza destabilizzante che ancora oggi si ricorda con malinconico terrore.

Un materiale di partenza particolarmente complesso da tradurre in immagini. E difatti Return to Silent Hill sbaglia praticamente tutto, cadendo in facili tranelli e nelle convulsioni di una trama che perde progressivamente consistenza, nella quale le allucinazioni e i numerosi flashback cercano di rappresentare una mente sempre più frammentata. I mostri classici del franchise fanno capolino, a cominciare da un Pyramid Head più anonimo del solito e dalle iconiche infermiere, mentre alcune sequenze dal taglio espressionista, tra sussulti di body horror, provano a restituire almeno in parte le suggestioni dell’originale. Il risultato è però fiacco, soprattutto a causa di una narrazione inutilmente confusionaria.

I vari tasselli che compongono questo puzzle delirante non conducono a una catarsi davvero significativa, ma si riducono spesso a semplici espedienti per suscitare spaventi di routine, in un’ottica da B-movie che stona parecchio con le sfumature infernali e psicologiche della vicenda originaria.

Conclusioni finali

Con Return to Silent Hill Christophe Gans tenta di riprodurre il relativo, ispiratissimo, immaginario videoludico su grande schermo, ma in questo suo secondo approccio al franchise Konami non può contare su una sceneggiatura degna di tal nome, finendo per tramutare le suggestioni di partenza in un pasticcio inutilmente arzigogolato e a corto di emozioni, privo dell’angoscia e della malinconia che avrebbero dovuto essere pilastri portanti dell’impianto emotivo.

Nonostante alcune suggestioni visive degne di nota, il film fatica a costruire un racconto organico e finisce per smarrire, tra quelle strade immerse nella cenere e una mente in frantumi, quella complessità emotiva che aveva reso memorabile il secondo episodio della saga, qui rimasticato in una confezione urlata e inevitabilmente superficiale.

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Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.