Dek è uno Yautja rinnegato dal suo stesso padre, che lo considera un debole e una vergogna per la sua famiglia, in una società dove la forza e la violenza dominano i rapporti tra i clan. Quando il genitore uccide il fratello maggiore, che aveva tentato di difenderlo, Dek fugge e si dirige verso il pianeta Genna, una landa ostile dalla flora e la fauna celanti molteplici insidie, per riscattarsi e dimostrare il suo valore. In quelle lande infatti dimora il leggendario Kalisk, creatura mostruosa che nessuno della sua specie è mai riuscito ad uccidere.
In Predator: Badlands, dopo un atterraggio di emergenza il protagonista si ritrova in balia di una situazione pericolosa, salvo trovare l’inaspettato aiuto di Thia, un’androide dalla sembianze femminili della compagnia Weyland-Yutani, la cui parte inferiore del corpo è andata persa in seguito a uno scontro. I due stringono un’improbabile alleanza, ma vecchi e nuovi nemici rischiano di complicare ulteriormente la già non semplice missione di Dek.
Predator: Badlands – cambio di rotta – recensione
Tagliamo subito la testa al toro, o al Kalisk, dicendo come Predator: Badlands sia un film in grado di disorientare e potenzialmente respingere i puristi del franchise, che qua si troveranno di fronte ad un action / buddy-movie improntato alla leggerezza e all’intrattenimento di genere. Dan Trachtenberg, che aveva già rivoluzionato la saga con il folgorante Prey (2022), non ha qui mezze misure e realizza un giocattolone volto al fantastico, dove questa razza di cacciatori spietati trova in Dek una figura in grado di rivoluzionarne le coordinate, con tutti i pro e i contro del caso.
A fargli compagnia, dietro quella maschera e quell’orribile volto alieno che gli appassionati ben conoscono, troviamo il sintetico dalle bionde sembianze di Elle Fanning, impiegata in un doppio ruolo di nemesi / gemelle che reggerà il peso della seconda parte di visione. Ma è nella prima metà che la storia offre maggiori emozioni e novità, con il background relativo al personaggio principale prima e poi l’arrivo in quel pianeta sconosciuto a inserire dinamiche inedite e nuove specie, mettendo in mostra una buona dose di fantasia e di originalità nell’approcciarsi a regole che si davano per consolidate.
Questione di aspettative
Un scommessa audace che, in altre mani, poteva assumere esiti disastrosi, quella di voler rendere “catchy” e catalizzatore di emozioni questa razza di cacciatori alieni che, nelle precedenti incarnazioni, era sempre stata villain assoluta, antagonista implacabile che uccideva senza pietà inermi umani, a cominciare dal capostipite del 1987 con Arnold Schwarzenegger.
Qui invece il Predator diventa figura con cui immedesimarsi: è un figlio che cerca disperatamente l’approvazione paterna e poi la vendetta, il reietto che deve dimostrare il proprio valore a una società di simili che lo ha già etichettato, il giovane guerriero che scopre come la vera forza richieda non soltanto il ricorso alla brutale violenza. Sotto maschera e costume, l’attore/stuntman Dimitrius Schuster-Koloamatangi – che ha imparato anche la lingua Predator appositamente per il ruolo – mette in mostra una fisicità imponente, e le numerose scene d’azione possono contare su un approccio sempre dinamico e frizzante, con il mix tra furia e ironia che ben si adatta al contesto scelto.
Va peggio al personaggio di Elle Fanning, che pur nel ruolo gemellare si vede affidare dialoghi ed espressioni spesso paradossali o ridicoli, dati si dal fatto di essere un androide ma anche per colpa di una sceneggiatura che non brilla in maniera eterogenea nella gestione dei personaggi e delle situazioni. Anche la spalla Bud, una creatura nativa di Genna che si unisce al già insolito duo protagonista, finisce per essere una caricatura più o meno (in)volontaria.
In ogni caso, complice anche la durata che supera di poco i cento minuti – insolita per un blockbuster odierno, dove si tende spesso a tirarla inutilmente per le lunghe – Predator: Badlands riesce a offrire un godibile spettacolo a tema, forse a tratti addomesticato ma proprio per questo capace di arrivare a un range di pubblico più ampio e ad espandere un franchise che si dimostra qui ricco di spunti ancora inesplorati.
Conclusioni finali
Lui, lei, l’altro: se il primo è un Yautja in cerca di riscatto e vendetta, la seconda un’androide “dimezzata” e il terzo una buffa creatura aliena, il divertimento è assicurato, con buona pace dei puristi del franchise che hanno visto Predator: Badlands come una sorta di tradimento. Il letale cacciatore alieno, da sempre iconico villain, diventa qui un protagonista meritevole di compassione, impegnato in una pericolosa missione su un pianeta sconosciuto.
Ironia e azione a più non posso, con gli ottimi effetti speciali a caratterizzare le peripezie del Nostro atipico anti-eroe, in una sorta di buddy-movie extraterrestre che conduce la mitologia narrativa su territori nuovi, tanto ricchi di potenzialità quanto di insidie. Ma Dan Trachtenberg, ormai mastermind della saga dopo il folgorante survival pellerossa di Prey (2022) e l’esordio animato di Predator: Killer of Killers (2025), sembra avere una visione, che piaccia o meno, in grado di garantire un futuro solido.