Dopo l’esperienza a X Factor, PierC ha scelto di fermarsi, prendersi il proprio tempo e ricostruire la sua identità artistica lontano dalla pressione di un talent. Da questo percorso nasce “Sul Filo”, il nuovo singolo, un brano che racconta quella condizione di equilibrio precario che, per l’artista, è diventata nel tempo una vera e propria dimensione esistenziale.
PierC: da X Factor al nuovo singolo “Sul Filo”
Nell’intervista a SuperGuidaTV PierC parla del significato del nuovo brano, del rapporto con il successo e con i numeri, dei due sold out di Torino e Milano e dell’esperienza vissuta al fianco di Francesco Gabbani, che considera un vero mentore. Racconta anche il momento in cui Gabbani è salito a sorpresa sul palco con lui e confessa cosa significa oggi per lui fare musica dopo aver studiato finanza e aver attraversato mondi diversi, dal conservatorio al teatro. E sul Festival di Sanremo? PierC non sembra avere fretta: “Il mio obiettivo è scrivere della bella musica”. Perché, prima ancora dei numeri e delle classifiche, c’è un viaggio ancora tutto da vivere.
Intervista a PiarC
PierC, bentornato su SuperGuidaTV. Siamo qui per presentare il tuo nuovo singolo, “Sul Filo”. Come nasce questo brano e soprattutto perché hai scelto questo titolo?
“Sul Filo” nasce dopo mesi e mesi di lavoro, esperimenti e momenti in cui ho sentito il bisogno di ritirarmi un po’ nelle mie stanze per capire cosa volessi fare e soprattutto dove volessi andare. Ovviamente non è nato soltanto questo brano: ho lavorato anche ad altre canzoni, ma sono molto contento di aver iniziato questo nuovo percorso con un pezzo che ha anche un ritmo un po’ ballerino, che trovo molto adatto a quello che volevo raccontare.
Nel brano parli di equilibrio tra passione e dovere, tra aspettative e libertà, ma anche di precarietà. Quanto ti appartiene realmente questa condizione e quanto invece hai cercato di trasformarla in qualcosa di universale?
Nel mio caso è qualcosa di molto personale. Mi sono sempre sentito “sul filo”. È una precarietà leggera, non qualcosa di pesante, e proprio per questo abbiamo scelto di tradurla anche attraverso la leggerezza del genere musicale.
Mi sono sempre trovato in questa condizione, fin da quando andavo a scuola e dovevo dividermi tra doveri, passioni, relazioni sociali e tutto il resto. Vivo spesso un po’ sulle spine, in una condizione di perenne instabilità.
Però, come dico nel pezzo, “in equilibrio non sono mai stato così bene”. Probabilmente ho imparato a convivere con questa condizione e ho capito che forse è l’unico modo per sentirmi davvero vivo e per dare qualcosa a me stesso e agli altri: restare in questo perenne equilibrio.
Quella frase, “in equilibrio non sono mai stato così bene”, è molto forte. Cosa significa per te?
Non vedo un’alternativa. Sono una persona molto iperattiva, devo fare ottomila cose e probabilmente anche la mia anima ha bisogno di sbilanciarsi su più fronti per riuscire a stare bene con se stessa.
Quindi sì, sono sul filo, potrei precipitare, sono in equilibrio, sopravvivo. Ma sono proprio tutte queste componenti a darmi quel brivido che mi fa pensare: “Ok, sono qui, sono io, sono nel presente, sto facendo quello che è il mio sogno”. E allora posso dire di non essere mai stato così bene.
Noi ti abbiamo conosciuto a X Factor. Quanto è stato difficile, ma anche liberatorio, ricominciare a costruire una tua identità artistica dopo un programma come quello?
È stata una scelta coraggiosa, se non addirittura temeraria, quella di fermarmi e prendermi il mio tempo. X Factor è un programma che nasce principalmente dalle cover, mentre noi arriviamo da percorsi di vita e professionali completamente diversi.
Ho voluto fermarmi perché per me questo lavoro è sacro. Ho lottato tantissimo per poter provare a fare musica sul serio e quindi ho una reverenza incredibile nei confronti di questo mestiere. Sentivo di dover onorare il regalo che mi sono fatto e che mi sono conquistato con tanto sforzo e tanta passione, facendo musica che mi rappresentasse al cento per cento. Questo significa anche dire tanti no.
Significa scrivere delle cose, lavorarci, magari dedicare una settimana a una canzone e poi rendersi conto che non funziona e doverla buttare via. Ma in realtà anche quello fa parte di un percorso più grande. Probabilmente “Sul Filo”, così come gli altri pezzi che ho realizzato e di cui sono molto fiero, non sarebbe quello che è senza gli errori, i tentativi e tutte le bozze accartocciate e lanciate via.
Prima della musica hai studiato finanza, poi ti sei formato al conservatorio, hai fatto teatro, musical, band e televisione. Quale di queste esperienze ti ha insegnato qualcosa che oggi porti sul palco?
Sto lavorando con tantissimi professionisti e musicisti che arrivano da ambienti molto indie e indipendenti. È un mondo in cui mi piace stare, perché trovo che ci sia molto fermento. Sono persone che hanno fatto musica da sempre e che sono musicisti pazzeschi, dei veri virtuosi. Però credo che, per la persona che sono oggi e quindi anche per l’artista che sono, sia stato fondamentale bazzicare in più ambienti e fare esperienze diverse.
L’università che ho fatto, probabilmente anche spinto dai miei genitori, è qualcosa che oggi non rinnego assolutamente. Poi il conservatorio, quindi la musica classica, il teatro. E poi mi piace cucinare, viaggiare, leggere. Probabilmente non sarei Pier C senza tutte queste commistioni. Il me di oggi non sarebbe così, né umanamente né artisticamente, se non avesse avuto tutte queste esperienze in settori apparentemente completamente diversi e inconciliabili. Però siamo qua.
A marzo hai aperto le date nei palazzetti di Francesco Gabbani e recentemente lui è salito a sorpresa sul palco con te a Milano. Cosa ti è passato per la testa in quel momento?
Già i palazzetti erano stati incredibili. Ho praticamente vissuto con lui, con il suo entourage e con i suoi musicisti per un mese intero, girando per l’Italia. Io adoro viaggiare, quindi anche avere la possibilità di andare in luoghi che non avevo mai visto, per di più in sua compagnia, è stata un’esperienza incredibile. Un onore grandissimo.
Poi, qualche sera fa, mi ha fatto questa sorpresa. Io gliel’avevo chiesto molto timidamente perché comunque si trattava di un palco piccolo, un club. Gli avevo detto: “Mi vergogno un po’ a chiedertelo, ma verresti a cantare con me alla Santeria?”. E lui ha accettato.
Quando me l’ha confermato, una sera ho svegliato tutti i miei coinquilini perché ero talmente contento che il mio mentore potesse esserci in un momento così importante per me.
L’altra sera è stato super magico. Abbiamo anche rievocato il modo in cui ci siamo conosciuti a X Factor e c’è una cosa che mi tocca molto ogni volta che la racconto: è stato lui a credere in me per primo.
Prima del programma, prima di tutto il resto, lui ha creduto in me. E se oggi posso provare a fare questo mestiere è anche grazie a lui. Gli sono infinitamente grato e sono onoratissimo di poterlo chiamare anche un amico e di poter ricevere i suoi consigli. È un sogno.
I tuoi primi concerti da solista sono arrivati con due sold out, a Torino e Milano. Che rapporto hai con i numeri, con la parola “sold out”, con le vendite e le classifiche? Ti spaventano?
Ho fatto un liceo molto umanistico, il classico, e poi ho studiato finanza, quindi i numeri sono entrati nella mia vita in una fase molto formativa. Purtroppo probabilmente mi lascio ancora influenzare e non riesco a schermarmi completamente dal numero. Però sto capendo sempre di più che il numero non è un valore in sé.
Il sold out, la classifica: ci sono tantissime dinamiche che entrano in gioco. È un mondo difficile e quindi affidarsi esclusivamente ai numeri, sia quando vanno bene, come nel caso dei sold out dei live, sia quando vanno meno bene o non rispecchiano esattamente le aspettative, secondo me è un errore.
Il numero è uno dei tanti fattori che puoi mettere nella tua equazione. Puoi chiederti: abbiamo lavorato in questo modo, dove possiamo migliorare? Ma non è il numero a dare valore a quello che fai. Ed è anche il motivo per cui considero così sacro fare musica. Sto cercando di portare valore agli altri e a me stesso, forse prima di tutto a me stesso. È un percorso di crescita.
Oggi vedo molta iperfocalizzazione sul risultato, quando invece è fondamentale anche il processo: come si arriva a quel numero, perché ci si arriva e come tenerlo in considerazione all’interno di un quadro più ampio.
Se ti dico Sanremo, sei uno degli artisti in attesa e in ansia per una risposta oppure vivi tutto con tranquillità?
Sono molto tranquillo. Il mio obiettivo, adesso, è scrivere della bella musica. Se questa bella musica viene ascoltata da qualcuno, sono contento di cantarla dovunque mi porti. Non voglio che l’obiettivo sia qualcosa di specifico. Il mio obiettivo è fare canzoni che mi appartengano, che mi piacciano e che mi diverta cantare dal vivo. Un altro obiettivo è proprio quello di cantare dal vivo molto di più, perché sto scoprendo quanto mi piace. Non è una novità assoluta, ma facendolo e avendo avuto recentemente la possibilità di esibirmi in bei club, con tanta gente che mi vuole bene e che vuole ascoltarmi, mi sto rendendo conto che è forse uno dei pochi momenti in cui riesco davvero a godermi tutto fino in fondo.
Se potessi tornare indietro e parlare al PierC che stava lasciando la finanza per la musica, cosa gli diresti oggi?
Gli direi di prepararsi, perché comunque è molto difficile. È un ambiente difficile, dovrai lavorare tantissimo e sarà psicologicamente provante. Però sarà un bel viaggio. Non l’ho ancora visto alla fine. È un po’ come Ulisse, che deve ancora tornare dalla sua Penelope, nella sua Itaca. Ma sicuramente, comunque vada, sarà un bel viaggio. Sono molto contento di averlo fatto.









