Dopo oltre 70 sold out su 70 date, oltre 130.000 biglietti venduti e l’evento speciale
all’Arena di Verona andato sold out in soli 5 giorni per un totale di 10.000 biglietti – e in
scena il prossimo 2 maggio – “Din Don Down – Alla ricerca di (D)io” sbarca in alcune delle più prestigiose location estive italiane, tutte già in esaurimento a pochi giorni dall’apertura dei biglietti. Lo spettacolo dei record di Paolo Ruffini con la Compagnia Mayor Von Frinzius di attori con disabilità, con Claudia Campolongo al pianoforte, diretto da Lamberto Giannini e prodotto da VERA Produzione, è pronto ad emozionare il pubblico di tutta Italia anche nella stagione estiva, dopo aver raccolto il tutto esaurito ovunque con numerose repliche nei teatri più importanti del Paese. Noi di SuperGuidaTv abbiamo Intervistato Paolo Ruffini e alcuni ragazzi della compagnia. Ecco cosa ci hanno raccontato.
Intervista a Paolo Ruffini e Federico dello spettacolo “Din Don Down – Alla ricerca di (D)io”
Paolo Ruffini, Federico, benvenuti su SuperGuida TV. Siamo qui per “Din Don Down – Alla ricerca di (D)io”, che è diventato un vero e proprio fenomeno. Vi aspettavate questo grande successo?
Federico: No, un successo così grande no. Però è stata una bellissima emozione lavorare con Paolo Ruffini. Ormai lavoriamo insieme da tanti anni, più di dieci.
Paolo Ruffini: Siamo rimasti davvero lusingati. Fare sold out all’Arena di Verona per cinque giorni è stata un’emozione grandissima. Ma la cosa che più ci riempie il cuore è vedere la commozione del pubblico alla fine dello spettacolo. Noi pensavamo di fare uno spettacolo che facesse tanto ridere, invece fa anche commuovere. E la cosa più bella è che il pubblico, più che dirci “bravi”, ci dice “grazie”. Questo significa che lo spettacolo riesce a creare una sensibilità dentro la sala teatrale, ed è qualcosa di davvero irraccontabile.
Parliamo di oltre 70 sold out: cosa cambia ogni sera sul palco? C’è ancora spazio per l’improvvisazione?
Paolo Ruffini: L’improvvisazione è tantissima, è una componente a cui non possiamo rinunciare. Ci divertiamo ad adattare lo spettacolo a quello che succede, anche commentando fatti di attualità. Il messaggio centrale è che nessuno deve vergognarsi della propria unicità o fragilità. Lo spettacolo, pur mantenendo una forte laicità, ha una dimensione spirituale: accogliere se stessi, andare oltre l’idea di “normale” e “diverso”. Siamo tutti unici.
Il titolo gioca con la parola “Dio”: che tipo di ricerca portate in scena?
Paolo Ruffini):
La ricerca di Dio è il senso dello spettacolo. Di solito si cerca Dio guardando verso l’alto, ma forse si può cercare anche dentro di sé. Alla fine lo spettacolo suggerisce che cercando Dio si trova anche l’“io”. E questo è meraviglioso: l’essere umano, con tutte le sue fragilità, potrebbe essere davvero “a immagine e somiglianza” di Dio. C’è una scena forte in cui Gesù, interpretato da Andrea Lo Schiavo, dice: “Se io sono come Dio, allora Dio ha anche la mia disabilità”. È un messaggio potente, che è stato apprezzato anche a livello teologico.
Federico, com’è lavorare con Paolo e cosa hai imparato da lui?
Federico: È emozionante… è simpatico!
Paolo Ruffini, scherzando: Sbadiglia mentre parlo, è un disastro! Però è bravissimo. Grazie anche al regista Alberto Giannini che ci ha fatto lavorare insieme.
Lo spettacolo mescola comicità e spiritualità: oggi è più difficile far ridere o far riflettere?
Paolo Ruffini: Viviamo in un momento in cui l’ignoranza urla e chi riflette sussurra. Noi cerchiamo di far riflettere sorridendo, e anche di far commuovere sorridendo, che è ancora più difficile. Siamo in un’epoca in cui il “male” è diventato normale. Noi invece vogliamo essere “norbene”. Cerchiamo di fare uno spettacolo “sociale”, non solo “social”, che inviti a credere: in Dio, nell’Io, ma soprattutto nell’essere umano e nelle cose belle.
Qui non si parla di inclusione raccontata, ma vissuta. Qual è la differenza?
Paolo Ruffini: La vera inclusione arriverà quando non se ne parlerà più. Quando questo spettacolo sarà riconosciuto non perché ci lavorano persone con disabilità, ma perché ci lavorano attori bravi. Noi non facciamo beneficenza: siamo un’attività commerciale. Loro sono professionisti.
Dal teatro alla radio fino al podcast: perché senti il bisogno di raccontare questa realtà su più piattaforme?
Paolo Ruffini: Credo molto nella condivisione delle cose belle. Facciamo “Up & Down” su Radio 24 e Federico è l’unico speaker radiofonico al mondo con sindrome di Down. La radio è un’esperienza meravigliosa, anche perché è imperfetta, ed è proprio questo il suo fascino.
Chiudiamo con due momenti importanti: l’incontro con il Papa e il riconoscimento a Montecitorio. Che emozioni sono state?
Federico: A Montecitorio è stata una bellissima emozione, vedere tutta quella gente è stato speciale.
Paolo Ruffini: Siamo stati premiati tra le cento eccellenze italiane. È stato molto emozionante. Con il Papa è stato un momento straordinario: ci ha accolto con grande gentilezza. Ricordo un aneddoto: mentre lo aspettavamo, un nostro collega ha chiesto al Santo Padre, appena arrivato: “Scusa, c’è mica un’ostia?”. È stato un momento spiazzante e bellissimo, che racconta la spontaneità e la purezza di queste persone. Io lavoro con loro anche per egoismo: mi nutro della loro sensibilità. Credo che l’intelligenza sia sopravvalutata, mentre la sensibilità è ciò che rende davvero migliori le persone.
Intervista a Erika e Marco della Compagnia Mayor Von Frinzius
Erika e Marco, due attori dello spettacolo “Din Don Down – Alla ricerca di (D)io” di Paolo Ruffini. Partiamo da qui: com’è lavorare con Paolo?
Erika: Con Paolo mi sono trovata benissimo. È un grande attore e questo spettacolo è davvero speciale: si chiama “Alla ricerca di (D)io – Din Don Down”. È uno spettacolo che emoziona tutti e mi piace molto farne parte insieme agli altri.
Marco: Per me lavorare con Paolo Ruffini è molto divertente, anche perché prima non lo conoscevo. È molto comico. In più, grazie a lui posso viaggiare tantissimo e vedere tanti posti che prima non avevo mai visto né conosciuto.
Che effetto vi fa salire sul palco e trovarvi davanti tante persone lì per voi?
Erika: A me emoziona tantissimo. Quando vedo il pubblico e sento gli applausi mi commuovo sempre. Le persone ci fanno tanti complimenti e questa cosa mi rende davvero felice.
Marco: Per me salire sul palco non mi dà molta emozione, perché sono abituato. Ho già calcato tanti palchi, per esempio l’Alcatraz di Milano, e adesso salirò anche su quello dell’Arena di Verona, che è grandissimo.
L’emozione vi fa mai sbagliare sul palco? Erika, ti è mai capitato?
Erika: No, non sbaglio mai!
Marco: Io non ho mai sbagliato, perché non mi emoziono. Sono stato quasi perfetto!
Nella vostra vita privata siete fidanzati? Erika, tu sei fidanzata?
Erika: No, non sono fidanzata. Preferisco stare single, voglio stare da sola perché a volte le persone si comportano male nei miei confronti.
Quindi Federico non è il tuo fidanzato?
Erika: No, io sono single.
Cerchi l’amore?
Erika: Sì, sto cercando l’anima gemella.
Cos’è per voi la felicità?
Erika: Per me la felicità è ridere e divertirmi, essere serena.
Marco: Per me la felicità sono i soldi, perché con i soldi puoi fare tante cose: puoi comprare quello che vuoi, andare al mare, in montagna, fare sport, viaggiare… e soprattutto andare al ristorante!