Ospite del Giffoni Film Festival, Paola Perego parla della sua prossima avventura a Tale e Quale Show, del dispiacere per la chiusura di Citofonare Rai2 e dello stato di salute della televisione italiana. La conduttrice riflette anche sulla precarietà del mondo dello spettacolo e ricorda con emozione il primo regalo fatto alla madre grazie ai suoi guadagni.
Intervista a Paola Perego al Giffoni al Giffoni
Paola Perego, benvenuta su SuperGuidaTV e ben arrivata a Giffoni. Partiamo dalla novità delle ultime settimane: sarai tra i protagonisti di Tale e Quale Show. Che esperienza sarà?
«La verità è che non ho ancora pensato ai personaggi che potrei interpretare, perché ho accettato soltanto quattro giorni fa e ho dovuto rifletterci un po’. La cosa che mi ha convinta di più è stata la possibilità di lavorare con Carlo Conti, una persona che stimo moltissimo. Siamo amici anche nella vita ed è bello poter condividere questa esperienza con lui.»
Cosa ti incuriosisce maggiormente del programma?
«Mi diverte tantissimo l’idea di travestirmi. In fondo a Citofonare Rai2 ho già dimostrato di essere una cantante mancata: per cinque anni ho cantato e mi sono travestita. Adesso potrò farlo al massimo livello. Il mio obiettivo è divertirmi e far divertire.»
Hai citato Citofonare Rai2. Che esperienza è stata?
«Bellissima. Quel programma nacque da una richiesta che feci all’allora direttore di Rai2, Ludovico Di Meo, che purtroppo non c’è più. Gli chiesi di inventare qualcosa per la domenica mattina, una fascia che all’epoca era molto debole. Insieme a Simona Ventura abbiamo costruito quel format e lo abbiamo fatto crescere come un figlio.»
«Per questo la sua chiusura è stata dolorosa. In cinque anni avevamo riacceso quella fascia oraria e ottenuto ottimi risultati. Purtroppo ci sono stati tagli di budget che hanno coinvolto diversi programmi, compreso il nostro. Fa parte delle dinamiche della televisione.»
C’è un programma del passato che ti piacerebbe rivedere oggi in tv?
«Più che i programmi, mi piacerebbe riportare in televisione alcuni grandi personaggi. Penso ad Alberto Lupo, Mina, Alberto Sordi. Erano dei giganti che non avevano bisogno di scenografie o artifici particolari: bastava la loro presenza scenica.»
Si discute spesso della durata delle prime serate, che finiscono sempre più tardi. Qual è la tua opinione?
«Credo che dovremmo anticipare assolutamente l’inizio della prima serata. Dovrebbe partire alle 20.30 e durare meno, come avviene all’estero. In questo modo si potrebbero valorizzare anche delle seconde serate interessanti.»
«Se un programma comincia alle 21.45 o alle 22 e il giorno dopo ti devi svegliare alle 6.30 per andare a lavorare, è difficile seguirlo fino alla fine. Bisogna pensare anche alle esigenze del pubblico.»
Come giudichi lo stato di salute della televisione italiana?
«Parlo soprattutto della televisione pubblica, che inevitabilmente riflette la situazione del Paese. Ci sono meno risorse economiche e meno tempo per sviluppare i progetti, ma vedo ancora entusiasmo e voglia di fare.»
«Naturalmente esistono programmi riusciti meglio e altri meno bene, ma il pubblico ha sempre uno strumento fondamentale: il telecomando. Può scegliere. E quando i progetti vengono affidati a professionisti capaci, qualcosa di interessante riesce sempre a nascere.»
Qual è il successo professionale che rivendichi maggiormente?
«Direi La Talpa. È uno dei programmi a cui sono più legata e che non ho più avuto la possibilità di rifare.»
«In generale questa è stata un po’ la storia della mia carriera: programmi che hanno funzionato molto bene ma che, per un motivo o per un altro, non hanno avuto una lunga continuità. Penso a La Talpa, Attenti a Quei Due, Superbrain. Evidentemente nel mio DNA c’è il dover ripartire sempre da zero. E, tutto sommato, è anche ciò che continua a darmi entusiasmo dopo quarant’anni di lavoro.»
Molti spettatori continuano a ricordare proprio La Talpa.
«Sì, esistono ancora gruppi e community dedicate a quel programma. Però oggi sarebbe molto difficile realizzarlo come allora, perché richiedeva investimenti enormi.»
«Ho seguito anche la nuova edizione condotta da Diletta Leotta e l’ho trovata ben fatta, considerando i mezzi a disposizione e i limiti produttivi attuali.»
Come immagini il Festival di Sanremo di Stefano De Martino?
«Credo che rappresenterà un ulteriore passo verso l’innovazione. Se pensiamo al Sanremo di Pippo Baudo e a quanto sia cambiato negli anni, ogni conduttore ha portato qualcosa di nuovo.»
«Stefano De Martino ha talento, studia molto e si prepara con grande attenzione. Ha avuto una carriera rapidissima, ma dietro c’è una forte capacità di applicarsi e migliorarsi continuamente. Sono convinta che riuscirà a sorprenderci.»
Molti professionisti dello spettacolo parlano della precarietà del settore. Tu come l’hai vissuta?
«L’ho vissuta direttamente quando mi chiusero un programma a metà stagione per motivi che non dipendevano da me. Io ho avuto la fortuna di poter affrontare quel momento grazie a una situazione economica stabile, ma pensavo continuamente alle tante persone che lavoravano con me e che avevano stipendi normali e famiglie da mantenere.»
«La precarietà accompagna tutti i liberi professionisti. Un anno lavori, quello successivo il programma può chiudere e le proposte possono non arrivare. Oggi, a sessant’anni, con la mia famiglia e il mio percorso alle spalle, vivo questa situazione con maggiore serenità. Da giovane, invece, avevo sempre il timore di non sapere cosa sarebbe successo l’anno successivo. È una condizione con cui impari a convivere.»