Tanya Crandell, diciassette anni, è la primogenita di una famiglia afroamericana che vede svanire i propri piani estivi quando la madre decide di trascorrere quel periodo in ritiro terapeutico e decide di assumere un’anziana bambinaia, bianca e ultra-conservatrice, per occuparsi di lei e dei fratelli minori durante la sua assenza.
Peccato che in Non dite a mamma che la babysitter è morta, come già d’altronde esplicita il titolo, la tragedia sia in agguato e l’arzilla vecchietta muoia all’improvviso. I protagonisti invece di denunciare l’accaduto alle autorità preferiscono insabbiare il tutto, gettando il cadavere in un lago e inscenando un incidente. Tanya ha così modo di coltivare il suo sogno di lavorare come assistente esecutiva in un’azienda di moda, ma ovviamente le insidie sono sempre in agguato.
Non dite a mamma che la babysitter è morta: bugie pericolose – recensione
L’omonimo film originale, uscito nel 1991, vedeva Christina Applegate – all’epoca una delle teenager più note d’America – nei panni di una sorella maggiore costretta ad arrangiarsi quando la babysitter di famiglia perdeva la vita nel sonno. La premessa è sostanzialmente invariata in questo rifacimento all-black ad opera di Wade Allain-Marcus, regista perlopiù attivo sul piccolo schermo.
La scelta chiave a livello narrativo è stata quella di mettere al centro della vicenda una famiglia di colore, con tutte le implicazioni che questo comporta in una società dove quattro ragazzi neri, che hanno nascosto la morte di un’anziana donna bianca, non troverebbero esattamente solidarietà e comprensione da parte delle forze dell’ordine. Una specificità che arriva, per quanto forzatamente, a giustificare la decisione di omettere il tutto a chi di competenza.
Attori e problemi
Il cuore dell’operazione ruota intorno alla figura simbolo di Tanya, e Simone Joy Jones la porta sullo schermo con una naturalezza che conquista tutti, pubblico incluso: ha fascino e dolcezza, sapendo quando spingere sul lato leggero e quando inoltrarsi nei pur vaghi passaggi drammatici. Nel ruolo della deceduta bambinaia troviamo invece June Squibb, candidata all’Oscar per Nebraska (2013) e vista recentemente nell’assurdo action Thelma (2024) e in Eleanor the Great (2025): seppur breve, la sua presenza regala alcuni dei passaggi più divertenti del film.
Tra rivalità a lavoro, feste in piscina, amori in divenire e quel mistero sul delitto che aleggia come un’ombra sul destino dei protagonisti, Non dite a mamma che la babysitter è morta cerca di aggiornare le dinamiche alla base del prototipo ma risulta parzialmente poco credibile in quest’epoca contemporanea dove si sa tutto di tutti. Alcune soluzioni sembrano rimaste ferme agli anni Novanta, mentre altre forzano eccessivamente la mano per traghettare verso il prevedibile lieto fine, al punto che l’ora e mezzo di visione si fa altamente dimenticabile.
Conclusioni finali
Si tenta di aggiornare il contesto dell’omonima pellicola originale, ma questa nuova versione di Non dite a mamma che la babysitter è morta si rivela povera di idee, raramente capace di divertire e appesantita da una gestione dei personaggi fin troppo prevedibile.
Il cameo di June Squibb e la convincente interpretazione della protagonista Simone Joy Jones non bastano infatti a nascondere i limiti di una sceneggiatura priva di veri spunti, con la potenziale questione razziale inserita in modo superficiale e una monotonia di fondo che finisce per prendere il sopravvento. La trama si complica inutilmente, accumulando sottotrame e collegamenti superflui in un remake che non trova mai una reale ragion d’essere.