David si reca ad un matrimonio di amici con un’auto a noleggio degli anni Novanta, dotata di un GPS tutto particolare con opinioni proprie. Il destino sembra aver messo sulla sua strada la figura di Sarah, anch’essa invitata alle nozze. La donna, single convinta e poco interessata ai sentimenti altrui, fa subito breccia nel suo cuore ma lui è troppo timido per dichiararsi.
In A Big Bold Beutiful Journey i due finiscono per ritrovarsi a un diner il giorno dopo, e quando l’auto di lei si guasta intraprendono insieme un itinerario surreale: lo stesso GPS chiede loro se hanno intenzione di intraprendere “un bellissimo viaggio” e da quel momento si ritrovano guidati attraverso una serie di porte magiche, che riconducono entrambi a momenti chiave delle proprie vite, obbligandoli finalmente a fare i conti con i fantasmi che si portano appresso e a comprendere se la loro relazione ha un futuro davanti a sé.
A Big Bold Beautiful Journey: fino all’ultima meta – recensione
Il concept è debitore di una lunga tradizione di realismo magico applicato alla commedia romantica, con reminiscenze che vanno dai film di Michel Gondry fino allo stile di Charlie Kaufman, ma A Big Bold Beautiful Journey soffre di un grosso problema di personalità. Latita infatti in coerenza narrativa e quanto accade non si fa mai effettivamente interessante, apparendo come una sorta di collage confuso di situazioni e momenti casuali, che scavano nelle passate esistenze dei protagonisti.
La sceneggiatura pare addomesticata alle logiche di certo cinema commerciale hollywoodiano, con tutti i sintomi del caso: il romanticismo inutilmente barocco risulta finto e poco genuino, lo sprazzo musical viene inserito a forza, il lieto fine è ovviamente dietro l’angolo. Ed è un peccato perché in passato il regista Kogonada ci aveva proposto un cinema non necessariamente consolatorio, ma anche carico di amarezza: vedere per credere i precedenti Columbus (2017) e After Yang (2021).
Tra occhio e cuore
Se la messa in scena è a tratti suggestiva e poetica, colorata come non mai e con reminiscenze più o meno calcolate di un cult quale Les parapluies de Cherbourg (1962), la storia è spesso involontariamente zoppa, zeppa di quel tipo di saggezza pre-confezionata sui traumi infantili e sulla difficoltà di trovare la persona giusta, quell’anima gemella che continua a sfuggire, per errori propri o crudeli scherzi del destino.
A pagare dazio di questo racconto incompleto, che cita e rimanda cercando un’identità che continua a mancargli, sono anche Colin Farrell e Margot Robbie, incapaci di incanalare la giusta alchimia non soltanto per la differenza d’età tra loro – quattordici anni – ma proprio per via della caratterizzazione appena abbozzata dei relativi personaggi. E non bastano una manciata di passaggi più intimi e sentiti, dove lo stile del regista ha modo di emergere, a riportare in carreggiata le coordinate emotive di un’operazione sicuramente ambiziosa che però è finita per crollare sotto il peso di scelte sbagliate.
Conclusioni finali
Kogonada, regista cresciuto in America ma di origini coreane, aveva dimostrato finezza di scrittura nei suoi precedenti lavori, da lui stesso sceneggiati. In A Big Bold Beautiful Journey lo script non è invece farina del suo sacco e il film sbanda clamorosamente, finendo fuori strada per restare nel tema del surreale viaggio in auto al centro del racconto.
Colin Farrell e Margot Robbie, innamorati forzatamente per caso sulle bizze di un destino dr. Stranamore, si agitano in questo percorso di specchi e di porte, da aprire e da chiudere, in attesa che a svelarsi sia il loro cuore e quel che provano davvero. Non soltanto l’uno per l’altro, ma anche nei confronti di loro stessi, tra rimorsi e rimpianti da affrontare una volta per tutte.