ADV

Marco D’Amore al BCT Festival: «Le serie tv? Ce ne sono troppe. Bisogna produrre meno e puntare sulla qualità» – Intervista

Marco D'Amore ph Antonio Guastafierro

ADV

Dal futuro delle serie tv italiane al successo internazionale di Gomorra – Le Origini, passando per il cinema, la precarietà del mestiere dell’attore e il profondo legame con Napoli. Al BCT Festival di Benevento, Marco D’Amore riflette sullo stato di salute dell’audiovisivo italiano, traccia un bilancio della sua ultima esperienza televisiva e racconta il percorso artistico che continua a guidarlo come attore, regista e sceneggiatore.

Intervista a Marco D’Amore al BCT Festival

Marco D’Amore, qual è secondo te lo stato di salute delle serie tv, soprattutto di quelle italiane?

«Secondo me c’è una sovrapproduzione. Lo dico sia rispetto alla capacità creativa, che a un certo punto ha bisogno di momenti di silenzio per rigenerarsi, sia rispetto a un’offerta che ormai è troppo superiore alla domanda. Lo dico da spettatore: un essere umano normale quante serie può vedere in un anno? Ovviamente operando delle scelte. Detto questo, tanti autori, anche giovani e provenienti dal cinema, si sono misurati con la serialità cercando di mantenere una qualità alta, e questo è sicuramente un motivo di soddisfazione. Credo però che bisognerebbe fare un po’ meno, anche in relazione alle capacità del nostro sistema produttivo, e cercare di alzare sempre di più la qualità. Solo così, partendo dall’Italia, possiamo ambire a raccontare i nostri progetti anche all’estero».

Sono passati alcuni mesi dall’uscita di Gomorra – Le Origini. Che bilancio fai oggi di quell’esperienza?

«Con grande onestà devo dire che il bilancio è estremamente positivo. Lo abbiamo fatto insieme agli attori e alle attrici, molti dei quali erano al debutto e si affacciavano per la prima volta a questo mondo, raccogliendo le loro impressioni e le loro sensazioni. Entrando più nel merito, ho fatto un bilancio anche con la produzione e non possiamo che dirci felicissimi. Innanzitutto la serie ha ricevuto un’accoglienza straordinaria da parte della critica, sgombrando il campo da molte paure. C’era il timore di mettere le mani su qualcosa che per molti rappresenta un capolavoro e un punto di svolta nella serialità italiana. Gomorra è stata tutto questo e quindi era inevitabile che una nuova direzione potesse suscitare qualche perplessità.

Invece c’è stato un grande gradimento da parte del pubblico e, cosa che probabilmente verrà raccontata meglio nei prossimi mesi da Cattleya e Sky, anche un fortissimo apprezzamento all’estero. La serie si sta vendendo come accadde per Gomorra – La serie. Ha ricevuto un applauso incredibile ai London Screenings e Beta Film, il distributore tedesco, è molto soddisfatto. So che arriverà in Paesi come Australia, Nuova Zelanda e Turchia. Anche Le Origini sta facendo il giro del mondo e questo è motivo di grande soddisfazione».

Vorrei tornare al tuo ultimo progetto cinematografico, Piccolo Miracolo. Una recensione definiva il percorso di consapevolezza del tuo personaggio il cuore pulsante del film. Come ti ha arricchito questa esperienza, come artista, come persona e anche come regista?

«Piccolo Miracolo mi ha messo di fronte a un personaggio che, pur essendo molto distante da me — è il figlio di un uomo ricco, appartiene a una classe sociale da cui non provengo e coltiva ambizioni e desideri che non mi appartengono — mi assomiglia in una cosa fondamentale: la cecità. Mi riconosco spesso nell’incapacità di guardare davvero ciò che ho a un palmo dal naso. Credo che questo personaggio sia lo specchio di molte miserie che accomunano gli esseri umani. Lo dico pensando anche alla frenesia della vita contemporanea: non è una colpa, né un giudizio morale, è semplicemente una condizione diffusa. Mi sono permesso di interpretare Davide come una sorta di lente attraverso cui osservare il film. All’inizio quella lente è completamente sfocata, poi lentamente mette a fuoco la realtà. Per la prima volta riesce davvero a guardarsi intorno e, nello stesso tempo, mette a fuoco se stesso. Si vede per quello che è. Se questo gioco è arrivato anche agli spettatori, allora credo possa risultare interessante».

Molti artisti parlano della precarietà che caratterizza il vostro lavoro. Tu hai vissuto momenti di fermo? E qual è il tuo pensiero sulla precarietà nel mondo dello spettacolo?

«Non posso rispondere a questa domanda come farebbe un giovane che si affaccia oggi alla professione, perché io vengo dal secolo scorso. Ho 45 anni e ho iniziato a fare l’attore a 16. Era il 1997 e non c’era una sola persona tra amici, parenti e conoscenti che non definisse la mia scelta una follia. Il lavoro che desideravo fare era considerato il più precario del mondo. Per questo ho sempre vissuto la precarietà non solo come una certezza legata al mio destino, ma anche come una componente fondamentale del mestiere.

Altrimenti il nostro diventa un lavoro impiegatizio. E io sono uno di quelli che auspica sempre la crisi, naturalmente non quella che colpisce i lavoratori dello spettacolo, una categoria che deve essere tutelata, rispettata e alla quale vanno riconosciuti diritti ancora troppo fragili. Gli artisti, però, devono muoversi sul crinale della precarietà. Significa non considerare il proprio lavoro come qualcosa di garantito e immutabile. Significa mettere continuamente in discussione se stessi, una condizione indispensabile per creare e rinnovarsi. È quello che io continuo a chiedere al mio percorso».

In questi giorni stiamo parlando con molti artisti campani del loro rapporto con la tradizione e con il cinema napoletano. Qual è il tuo legame con questa eredità culturale e chi consideri i tuoi maestri?

«Il mio legame con Napoli, dal punto di vista culturale, nasce da un’eredità che non ho meritato ma che mi è stata donata. È un’eredità che rende Napoli un luogo unico dal punto di vista antropologico. Non esiste, secondo me, un altro posto al mondo che consegni ai propri figli una ricchezza culturale così presente nella vita quotidiana. Se oggi vai da un bambino napoletano di nove anni e gli dici: “O sole mio”, lui ti risponde: “Sta ‘nfronte a te”. Questo non riguarda soltanto la memoria o il linguaggio. Quell’espressione non appartiene più al lessico quotidiano, viene da molto lontano, ma il fatto di conoscerla cambia il tuo modo di stare al mondo.

Per quanto riguarda i miei riferimenti, sono profondamente legato al cinema di Francesco Rosi. Pur cercando una strada diversa, ho sempre ammirato il suo approccio. Rosi amava definirsi prima ancora che regista un cittadino, e in questa definizione c’è tutta la sua idea di cinema. Al di là del valore sociale delle sue opere, che è enorme, possedeva una straordinaria capacità immaginifica e una qualità narrativa incredibile. Spostando invece lo sguardo in una direzione quasi opposta e più vicina a noi nel tempo, penso al cinema di Mario Martone. Alcuni suoi film mi hanno letteralmente paralizzato. È uno dei pochi registi italiani capaci di toccare zone d’ombra della mia personalità che riescono ancora a inquietarmi profondamente».

ADV