Jessie, reduce da una dolorosa rottura col fidanzato, si trova in vacanza alle Hawaii insieme a un gruppo di amici nella speranza di superare quel momento difficile. La comitiva affitta un battello di proprietà del capitano Wally e si ferma su un atollo nel cuore dell’Oceano, ignara che da qualche tempo le acque locali siano teatro degli agguati di un gigantesco squalo bianco, che ha già fatto diverse vittime.
Proprio il padre di una di queste, il rude pescatore Harlan, è pronto a tutto pur di vendicare la figlia divorata dal pescecane e a bordo del suo motoscafo decide di mettersi sulle tracce dell’animale killer. Nel frattempo in Maneater Jessie & Co., che avevano cercato relax e tranquillità lì in mezzo al nulla, dovranno cercare di sopravvivere non appena la minaccia acquatica finisce per prenderli inesorabilmente di mira, uno dopo l’altro.
Maneater: la fame vien mangiando – recensione
Il film parte da una premessa assurda che ovviamente farà sobbalzare tutti i biologi marini, ovvero un pescecane che uccide per piacere invece che per fame, con una determinazione quasi personale che non viene nemmeno giustificata da esperimenti di qualche tipo o da una potenziale verve demenziale alla base. Anzi, l’ora e mezza scarsa di visione di Maneater finisce per prendersi sin troppo sul serio, senza possedere quell’autoironia spesso necessaria agli shark-movie per non risultare stanche caricature.
Scordatevi l’approccio “oltranzistamente” nonsense della saga di Sharknado o di altre produzioni simili, giacché in quest’occasione abbiamo anche un eroe tutto d’un pezzo interpretato dal cantante country Trace Adkins, cappello d’ordinanza e fucile incluso, pronto a porsi quale implacabile antagonista dello squalo bianco. I due sono destinati ad una resa dei conti grottesca nei minuti finali, con la fondamentale presenza di Nicky Whelan, attrice e modella australiana, quale chiave di volta per la sola conclusione possibile.
Sopra e sotto il livello del mare
Naturalmente i pessimi effetti speciali ci consegnano una nemesi a dir poco improbabile, con le acque spesso sommerse da litrate di sangue finto a far comprendere come lì sotto si nasconda quella creatura famelica e spietata, pronta a fare man bassa dei malcapitati turisti capitati sotto le sue fauci. Turisti che servono, com’era ovvio, unicamente quale carne da macello, con tanto di sequenza pseudo-drammatica di dissanguamento che appare fuori tono e fuori contesto, data la superficialità di una storia che non sa trovare equilibrio nemmeno nella gestione dei personaggi e dei loro rapporti.
Come sottolineato questa serietà d’intenti, ingiustificata in assenza di strumenti minimi per poterla sostenere e di una regia degna di tal nome in grado di costruire un minimo di tensione, non produce un senso di ansia o urgenza ma bensì qualcosa di molto più frustrante. Guardare Maneater trasmette infatti la sensazione di guardare qualcuno che cerca di fare del proprio meglio in condizioni proibitive, senza suscitare emozioni o empatia verso le vittime in divenire. E quando in un film frega poco o nulla di chi sta in scena, il problema non è da poco.
Conclusioni finali
Mancano tensione, caratterizzazione dei personaggi, effetti speciali degni di nota e una regia calibrata: data anche l’ambientazione, si può dire che Maneater sia un vero e proprio buco nell’acqua. Uno squalo implacabile, il mangiatore di uomini del titolo, attacca senza pietà un gruppo di amici in vacanza su un atollo sperduto, prima che qualcuno in cerca di vendetta faccia la sua provvidenziale comparsa.
Un film che non ha nemmeno il pregio dell’autoironia e che si limita a una costante scia di uccisioni più o meno macabre, seguendo il modello dei peggiori shark-movie, ovvero quelli che si prendono drammaticamente sul serio senza averne i mezzi o le potenzialità.