Reduce dalla vittoria del David di Donatello, Lino Musella è stato tra gli ospiti del Giffoni Film Festival, dove ha ripercorso alcune delle tappe più importanti della sua carriera. Dall’esperienza in produzioni cult come Gomorra, The Young Pope e L’Amica Geniale fino all’attesissima serie Portobello di Marco Bellocchio, l’attore ha parlato del rapporto con i personaggi realmente esistiti, dell’evoluzione della serialità italiana e delle difficoltà che caratterizzano il mondo dello spettacolo.
Intervista a Lino Musella al Giffoni
Lino Musella, benvenuto su SuperGuidaTV. Sei arrivato al Giffoni Film Festival dopo aver conquistato il David di Donatello. Che effetto ti ha fatto ricevere questo riconoscimento?
«Sicuramente è stato un riconoscimento molto importante. Già la nomination mi aveva sorpreso e, in generale, sono arrivato a questo premio con grande stupore. Poi, riflettendoci, ho capito che probabilmente è anche il risultato di un percorso. Sono diversi anni che porto avanti lavori che, evidentemente, sono stati apprezzati sia dal pubblico sia dagli addetti ai lavori. Per questo motivo il David mi ha fatto particolarmente piacere: l’ho vissuto come il riconoscimento di tante esperienze che, nel tempo, si sono sommate e hanno costruito il mio cammino professionale.»
Tra i progetti più importanti della tua carriera ci sono Gomorra, The Young Pope, L’Amica Geniale e, più recentemente, Portobello. Che cosa ti hanno lasciato queste esperienze? E cosa puoi anticiparci su Portobello?
«The Young Pope è stato il mio primo incontro con Paolo Sorrentino. In realtà ho lavorato con lui soltanto per una notte e per una scena, ma è una di quelle esperienze che, pur essendo brevi, restano impresse. È stato un privilegio conoscere e lavorare, anche solo per poche ore, con un regista come lui. Gomorra è stato un progetto straordinario, che ha contribuito a spostare in avanti il livello della serialità italiana. Certo, c’erano già stati altri fenomeni importanti, ma Gomorra è stato un caso eclatante dal punto di vista narrativo e produttivo. Ha lasciato un segno profondo perché era sostenuto da una grandissima qualità cinematografica e da una forza narrativa eccezionale.
In L’Amica Geniale, invece, sono salito su un treno già in corsa. È una situazione che può capitare nel cinema — mi è successo, ad esempio, interpretando il giovane Renato Pozzetto in un film di Pupi Avati — ma in una serie televisiva è ancora più delicata. Quando entri in un racconto già avviato devi raccogliere l’eredità di un personaggio che il pubblico ha già conosciuto e accompagnarlo nella sua evoluzione.
Nel mio caso si trattava di Marcello Solara, un personaggio con caratteristiche molto precise. È stata una sfida importante, resa ancora più speciale dalle persone con cui ho lavorato: dalla regista Laura Bispuri alle protagoniste Alba Rohrwacher e Irene Maiorino, fino a Fabrizio Gifuni ed Edoardo Pesce, che nella serie interpretava mio fratello e con il quale è nata poi una bellissima amicizia anche nella vita.
Per quanto riguarda Portobello, posso dire che rappresenta uno dei lavori più importanti che abbia mai fatto. Innanzitutto per l’incontro con Marco Bellocchio, uno dei grandi maestri del nostro cinema, e poi per la responsabilità che mi è stata affidata all’interno di una storia così significativa.»
Portobello racconta una vicenda realmente accaduta e molto conosciuta in Italia. Come ti approcci all’interpretazione di personaggi che sono realmente esistiti e che appartengono alla memoria collettiva?
«È una domanda importante e non esiste una risposta semplice. Quando si raccontano persone realmente esistite, con nomi e cognomi precisi, entra sempre in gioco una questione anche morale. Vale sia quando si interpretano personaggi positivi sia quando si raccontano figure molto controverse o addirittura negative. Da una parte bisogna rispettare la realtà dei fatti e le persone coinvolte, comprese le eventuali vittime. Dall’altra, però, un attore deve anche riuscire a liberarsi dal semplice dato biografico per immaginare, interpretare e restituire una verità artistica. Nel caso di Giovanni Pandico sono stato in qualche modo fortunato perché esiste relativamente poco materiale disponibile. Questo mi ha lasciato maggiore spazio per costruire una mia interpretazione. In ogni caso credo che, anche quando il personaggio è perfettamente documentato e facilmente rintracciabile da chiunque, il compito dell’attore resti sempre quello di immaginare. L’interpretazione nasce proprio da questo equilibrio tra documentazione e immaginazione.»
Negli ultimi mesi si è aperto un dibattito sugli orari di messa in onda delle fiction e delle serie tv, con molti professionisti che chiedono di anticipare la prima serata. Qual è il tuo punto di vista?
«In realtà vedo una riflessione simile anche nel mondo del teatro. Per molto tempo il teatro è stato considerato quasi esclusivamente un luogo della sera e della notte. Oggi, invece, si stanno sperimentando nuove formule, con spettacoli programmati nel pomeriggio o nel tardo pomeriggio. Credo che questo cambiamento risponda alle trasformazioni delle abitudini del pubblico. Probabilmente una riflessione analoga sta avvenendo anche in televisione, dove ci si interroga sempre di più sui tempi e sui modi di fruizione dei contenuti.»
E sul tema della precarietà nel mondo dello spettacolo?
«Lo spettacolo è sempre stato un settore precario. Fa parte della sua natura. Naturalmente esistono responsabilità politiche, istituzionali e culturali che possono incidere sulle condizioni di chi lavora in questo ambito. Spesso manca una reale consapevolezza del valore che la cultura e lo spettacolo rappresentano per il Paese. Detto questo, credo che una certa precarietà appartenga da sempre a questo mestiere. È una caratteristica strutturale del lavoro artistico: convivere con l’incertezza è parte integrante del percorso di chi sceglie questa professione.»