Nel giorno che dovrebbe segnare l’inizio del suo pensionamento, il detective Matthew Shaw viene richiamato improvvisamente in centrale in quanto un giovane sospettato, reo confesso di un omicidio, ha chiesto di parlare esplicitamente con lui. AJ, questo il nome del potenziale criminale, dichiara di aver commesso una vera e propria serie di delitti e prende di mira proprio Shaw.
Se il protagonista de Le regole del serial killer infatti non riuscirà a risolvere i crimini da lui commessi, il figlio adolescente Aaron ne pagherà in prima persona le conseguenze: sepolto vivo in un luogo indefinito, morirà se Shaw avrà fallito il suo compito nel tempo prestabilito. Con poche ore a disposizione e l’ossigeno di Aaron che si esaurisce minuto dopo minuto, il poliziotto è costretto a svelare un torbido intrigo, che rivela collegamenti impensabili ai più alti livelli.
Le regole del serial killer: tic, toc – recensione
Un’idea potenzialmente carica di spunti che finisce per smarrirsi in una sceneggiatura che forza di sovente la mano, con un’aura derivativa e quell’anima da b-movie che impediscono a sfumature più ambiziose di fare capolino nel corso dell’ora e mezza di visione. Le regole del serial killer parte come detto da una premessa potenzialmente interessante, ma ben presto il drammatico conto alla rovescia si frammenta in indizi da decifrare, false piste, interrogatori e scene madri gratuite, prima di quell’epilogo che tutti si attendono.
Il regista David Lipper, una lunga carriera attoriale su piccolo e grande schermo e una manciata di prove dietro la macchina da presa di poco conto, sceglie invece di trasformare quasi subito il film in un insieme di inutili spiegazioni, con le varie rivelazioni – centellinate ovviamente ad hoc per mantenere la “presa” sullo spettatore – che si susseguono in maniera poco fluida durante il procedere dell’indagine.
Un caso che non avvince
Il problema principale è come il mistero sia in realtà svelato sin da subito, o almeno le sue dirette conseguenze. Il pubblico sa già dopo i primi minuti che sono stati commessi tre brutali omicidi, e la missione di Shaw diventa così estremamente personale, nel tentativo di scoprire dove si trovi il figlio rapito.
Un detective che è puramente accessorio, in quanto non risolve direttamente gli enigmi che vengono posti davanti, ma si limita a seguire le indicazioni del villain, che nasconde un passato tragico e tormentato e ha motivazioni ben solide per quella che, a conti fatti, è una vendetta in piena regola. A tal proposito, non stoppate la visione al giungere dei titoli di coda, in quanto vi è una scenetta poco dopo che chiude definitivamente il cerchio in tal senso.
Josh Duhamel, più imbolsito del solito, cerca in ogni caso di dare dignità al protagonista, un detective prossimo alla pensione che ha sacrificato quasi completamente la famiglia per quel lavoro che l’ha consumato oltre misura e che ora si trova a dover fare la cosa giusta sotto il giogo di un tempo sempre più tiranno. Anche l’interpretazione di Dylan Sprouse è volenterosa quanto basta, scimmiottante qua e là l’Edward Norton di Schegge di paura (1996), ma è anch’essa vittima di una sceneggiatura che abbozza appena i personaggi, con un trattamento ancor più superficiale riservato al contorno di figure secondarie.
Conclusioni finali
Un thriller poliziesco che spreca la buona premessa di partenza e si rivela, a conti fatti, sorprendentemente innocuo. Un detective prossimo alla pensione si ritrova a indagare su una serie di delitti commessi da un giovane reo-confesso, il quale ha anche rapito suo figlio come miccia per costringerlo ad avviare un’indagine destinata a svelare crimini che coinvolgono le alte sfere del potere.
Le regole del serial killer cerca di sfruttare l’intesa tra Josh Duhamel e Dylan Sprouse, che si impegnano ma poco possono fare in una sceneggiatura spesso lacunosa e scandita da tappe obbligate, con la tensione sacrificata agli altari di soluzioni inverosimili. Ne risulta un’operazione incapace di valorizzare una materia narrativa potenzialmente interessante.









