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Irene Maiorino: “Gli attori sono funamboli: viviamo tra libertà e precarietà. Meryl Streep è stata un punto di riferimento per la mia formazione” – Intervista

PH Antonio Guastafierro

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Dopo il successo de L’amica geniale, Irene Maiorino continua a costruire il suo percorso artistico con scelte mirate e ruoli complessi. L’attrice, che ha dato volto alla Lila adulta nell’ultima stagione della serie tratta dai romanzi di Elena Ferrante, racconta a SuperGuidaTV il rapporto con il personaggio che ha segnato la sua carriera, le sfide della precarietà nel mondo dello spettacolo, l’esperienza con Marco Bellocchio e il desiderio di confrontarsi con nuove culture e nuovi linguaggi cinematografici.

Intervista a Irene Maiorino

Si parla spesso con gli attori della difficoltà di entrare e uscire da un personaggio. C’è un ruolo che ti è rimasto addosso più degli altri?

Più del dovuto direi di no. Se però c’è un personaggio che è legittimato a restarmi addosso, quello è sicuramente Lila. Ci ho lavorato per anni. Come ho raccontato più volte, ho sostenuto tantissimi provini e tutto quel percorso mi ha permesso di creare un legame profondo con lei, fino quasi a difendere una mia personale idea del personaggio. Inoltre è stato un lavoro enorme, sia per la durata del progetto sia per la complessità della storia e del personaggio stesso.

Lila è una figura verticale, profondissima, e quando si affronta un personaggio del genere serve anche del tempo per lasciarlo andare. Oggi la vedo lontana, ma in qualche modo la vedo ancora. Devo dire però che il lavoro mi sta aiutando molto in questo processo. Sto affrontando progetti molto diversi tra loro e questo mi gratifica. Sono profondamente legata a Lila, ma non vorrei che diventasse uno spettro capace di accompagnarmi per sempre.

Che momento stai vivendo nella tua carriera? E cosa pensi della precarietà che caratterizza il mondo dello spettacolo?

È un tema di cui parlo spesso. Ultimamente utilizzo l’immagine del funambolo perché credo rappresenti bene il nostro mestiere. Noi attori siamo un po’ sospesi tra cielo e terra. Senza voler enfatizzare troppo la missione dell’attore, credo che il nostro sia un lavoro che vive continuamente in equilibrio tra dimensione artistica e realtà molto concreta.

Esistono infatti tante sfide pratiche: la continuità lavorativa, gli stipendi, le tutele. Molti attori, come me, lavorano con la partita IVA e non hanno strumenti di protezione adeguati nei periodi di fermo. Allo stesso tempo, però, la precarietà ha anche un aspetto positivo. Ci regala una forma di libertà che altri lavori forse non hanno. Certo, è una libertà difficile da gestire, perché siamo costantemente esposti ai cambiamenti.

Oggi posso essere qui, ieri da un’altra parte e dopodomani in un altro Paese. Esiste una precarietà geografica, ma anche una precarietà emotiva e sentimentale. Spesso ci viene detto di cercare almeno nella vita privata un centro di gravità stabile. Non sempre è facile, ma fa parte del mestiere.

E dal punto di vista professionale che fase stai attraversando?

È un momento molto bello. Mi sto accorgendo che mi stanno arrivando progetti di grande qualità. Non parlo necessariamente di quantità, perché dopo L’amica geniale non ho collezionato un numero enorme di lavori, ma le esperienze che ho vissuto hanno avuto per me un valore molto importante.

Penso soprattutto a Portobello di Marco Bellocchio. Già il fatto che il primo progetto importante dopo L’amica geniale fosse diretto da un maestro come lui rappresentava qualcosa di enorme.

Interpretavo Nadia, un personaggio relativamente piccolo, ma credo che siamo riusciti a costruire un lavoro significativo. I riscontri ricevuti dal pubblico mi hanno emozionata molto, anche perché per me era una sfida importante. Farlo sotto la guida di Marco Bellocchio ha moltiplicato il valore dell’esperienza.

C’è un regista con cui sogni di lavorare?

In questo momento vorrei soprattutto lasciarmi sorprendere. Sono appena tornata dalle riprese di un film in Bulgaria e confrontarmi con una cultura e un’industria cinematografica completamente diverse mi ha dato moltissimo. È stata un’esperienza che mi ha galvanizzata e che mi ha aperto nuovi orizzonti.

Naturalmente ho dei registi che considero dei miti, ma spesso appartengono a un’altra epoca. Sono anche molto nostalgica e probabilmente finirei per citare autori che non ci sono più. Per questo oggi preferisco restare aperta all’imprevisto e alle sorprese.

Guardando i personaggi che hai interpretato negli ultimi anni, colpisce il fatto che siano sempre molto sfaccettati e incisivi. È stato frutto di una ricerca precisa oppure una coincidenza?

Non credo molto nella fortuna, anche se penso che sia un ingrediente fondamentale nella carriera di un attore o di un’attrice. Esistono tanti professionisti straordinari che meriterebbero molta più visibilità e che magari non hanno ancora avuto quell’occasione decisiva. Da questo punto di vista la fortuna conta. Per quanto riguarda me, però, non considero L’amica geniale un colpo di fortuna. Non è stata una cosa caduta dal cielo. Me la sono conquistata.

È stata una lunga corsa, quasi la scarpetta di Cenerentola di un’attrice. Anche dopo quel successo, comunque, non mi è stato regalato nulla e devo dire che mi va bene così, perché sento che fa parte del mio percorso. Oggi riesco a ragionare con maggiore maturità rispetto al passato. Quando si è più giovani si soffre di più per certe dinamiche. Adesso penso che ci sia sempre una componente personale nelle scelte che facciamo. Anche quando non è evidente, c’è una direzione interna che ci guida. Ho fatto delle scelte, ho corso dei rischi, ma più che attribuirmi dei meriti preferisco dire che ho cercato di restare fedele a ciò che per me è importante.

C’è un ruolo del passato con cui ti piacerebbe confrontarti?

Assolutamente sì. Se mi citi Anna Magnani, potrei risponderti anche Silvana Mangano. Sono attrici immense che hanno lasciato un segno indelebile. Allo stesso tempo, però, una figura che ha influenzato profondamente la mia formazione è stata Meryl Streep. La considero quasi una figura mitologica, un punto di riferimento assoluto.

Mi ha sempre colpito la sua capacità di imporsi con una fisicità e una presenza molto diverse dai modelli che Hollywood cercava in quel periodo. Lo dico anche perché spesso mi associano, con orgoglio, a un certo immaginario vicino al neorealismo e quella dimensione mi interessa molto. Guardare però a un’attrice come Meryl Streep mi ha aiutata ad ampliare lo sguardo, a cercare colori e vibrazioni differenti.

Ricordo ancora quando vidi I ponti di Madison County. Ero molto giovane e rimasi sconvolta dalla sensibilità con cui riusciva a trasmettere emozioni. Anche stando quasi immobile in scena, riusciva a raccontare un universo interiore enorme. Era un modo di rappresentare il sentimento femminile diverso da quello a cui ero abituata. Una lezione preziosissima che mi porto ancora dentro. Sono quelle storie struggenti che, in fondo, finiscono per formarci. Quelle che ci accompagnano nel tempo e contribuiscono a costruire il nostro immaginario.

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