Ambientata a Barcellona, una clinica specializzata in fertilità diventa il luogo dove medici e pazienti si confrontano ogni giorno tra scelte difficili e dilemmi etici legati al desiderio di avere un figlio. Al centro della storia c’è il dottor Ruggero Gentile, interpretato da Sergio Castellitto, che sostiene con fermezza come avere un figlio non sia un diritto né un obbligo, ma un desiderio profondo. Da questa riflessione prende vita “In Utero”, la nuova serie creata da Margaret Mazzantini, disponibile su HBO Max dall’8 maggio. Definita un “psycho-medical drama”, la serie propone un approccio originale al genere medical, raccontando le dinamiche della clinica Creatividad, fondata dallo stesso Ruggero insieme alla moglie Teresa, interpretata da Maria Pia Calzone. La struttura è un punto di riferimento per la fecondazione assistita e accoglie ogni giorno persone con storie diverse. Coppie, single e individui di vari orientamenti si affidano alla scienza portando con sé emozioni complesse, tra speranza e paura.
“In Utero”, intervista esclusiva ad Alessio Fiorenza, Maria Pia Calzone e Thony
Noi di SuperGuida TV abbiamo video intervistato in esclusiva Alessio Fiorenza, Maria Pia Calzone e Thony. Angelo, il personaggio interpretato da Alessio, rompe i soliti clichè. E’ un giovane biologo trans, talentuoso e ben integrato. “Mi auguro che questo personaggio possa contribuire a superare pregiudizi e transfobia. Credo che, in parte, questo sia stato proprio il lavoro: far arrivare un messaggio chiaro. Anche se non amo molto questo termine, l’idea era in qualche modo quella di “normalizzare” il percorso di transizione, raccontandolo per ciò che è: una storia come tante altre. Spesso queste esperienze vengono rappresentate attraverso luoghi comuni o cliché, risultando superficiali e persino distorte. Il rischio era proprio quello, ma grazie alla scrittura straordinaria di Enrico e del suo team è emersa invece la quotidianità autentica di una persona, fatta di molteplici aspetti. Il percorso di transizione, infatti, è solo una parte di un cammino molto più ampio. Credo quindi che questo progetto sia riuscito, almeno in parte, a scardinare e abbattere alcuni dei pregiudizi che esistono ancora oggi”, ha raccontato Alessio.
Maria Pia Calzone veste i panni di Teresa, la manager della clinica di fertilità. In uno degli episodi, il suo personaggio asserisce di non capire la smania di riprodursi delle donne perché i figli distruggono tutto sia quando arrivano che quando non arrivano. L’attrice fa una riflessione: “Penso spesso che i figli li facciano persone che non dovrebbero farli e invece quelli che che dovrebbero farli, proprio perché si fanno tante domande e hanno tantissimo senso di responsabilità, spesso non li fanno. Per tornare alla battuta di Teresa, penso che derivi anche da questo tipo di ragionamento: spesso le persone idealizzano il figlio o investono tantissime aspettative nei figli prima ancora di aver realizzato se stesse, e poi finiscono per rimanere deluse, come se fosse un approdo invece dell’inizio di un viaggio. In questo io e Teresa siamo abbastanza in accordo e credo che i figli possano spesso dividere. Condivido assolutamente questa frase. Quando uniscono, è perché c’è un progetto di vita forte in cui spesso questi figli non sono… Mi ci metto anche io tra queste persone: io non dico che mio figlio è mio, io dico che mio figlio è del mondo e io lo sto solo accompagnando per quel che mi compete, per fortificarlo e poi per lasciarlo al mondo. In quel caso penso che uniscano”.
C’è poi Dora, il personaggio interpretato da Thony, che è il punto di contatto diretto con i pazienti, è lei ad assorbire le storie degli altri: “L’empatia, credo, sia sempre un valore. L’emotività invece può diventare un ostacolo, perché tutto ciò che è primordiale, istintivo, atavico va in qualche modo gestito. Crescendo impari a controllare le emozioni successive, così come la rabbia o le reazioni più immediate. Ci sono infatti istinti che ci appartengono profondamente e che, in ogni tipo di società e anche all’interno della famiglia, devono essere mediati. L’empatia è però fondamentale proprio perché offre la chiave per gestire questi impulsi. Credo che, in assoluto, saremmo tutti capaci di tutto, ognuno di noi: per questo l’empatia è necessaria, per capire fino a dove possiamo spingerci senza ferire l’altro”.