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Good Boy, un suggestivo thriller psicologico – Recensione

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Tommy è un ragazzo allo sbando, immerso in una quotidianità segnata da alcol, droghe, sesso, atti di bullismo e violenza. In seguito a una notte di eccessi, il protagonista di Good Boy viene aggredito e rapito da qualcuno in macchina. Al suo risveglio si trova incatenato per il collo nel seminterrato di una casa di campagna. Casa di proprietà di Chris, un uomo di mezz’età che vive lì insieme alla moglie Kathryn e al figlioletto Jonathan.

La famiglia non sembra interessata a chiedere un riscatto né a ucciderlo, ma ha uno scopo ben più particolare e sottilmente inquietante. Il loro obiettivo è infatti quello di “educarlo”, di trasformare Tommy in quel bravo ragazzo del titolo, di renderlo una persona migliore dopo un ferreo addestramento conseguente alla prigionia. Giorno dopo giorno il prigioniero cerca di abituarsi a quella nuova vita, anche se continua a coltivare la speranza di riuscire a scappare, stringendo un solido legame anche con Rina, una giovane immigrata assunta per le pulizie settimanali.

Good Boy: questione di ruoli – recensione

Ovviamente con il procedere della narrazione il confine tra vittima e carnefice diventa sempre più labile, con diversi flashback che provano ad aggiungere motivazioni e rivelazioni in un crescendo tensivo che ribolle progressivamente. Tommy scopre di poter ottenere maggiori libertà e comodità dimostrando di essere buono e affidabile, mentre la famiglia comprende di avere sempre più bisogno di lui: un legame ambiguo, che rende i cento minuti di Good Boy una visione più sfaccettata del previsto, fino a un epilogo che aggiunge ulteriori significati metaforici.

Il rapimento, con la reclusione che acquista via via più spazi tramite l’ingegnoso sistema a carrucole installato dal padrone di casa per permettere al suo “ospite forzato” di muoversi per i vari angoli della dimora, si trasforma così in qualcosa di molto più personale di un semplice atto criminale, ma assume inaspettati connotati esistenziali che rendono i personaggi e i loro rapporti una sorta di deformato specchio della società contemporanea.

Dentro e fuori

Una favola nera mascherata, con sordida furbizia, da thriller domestico, che utilizza una premessa volutamente estrema quale trampolino di lancio per innescarvi una riflessione molto più sfumata sulla libertà, sull’educazione delle nuove generazioni e sul bisogno di appartenere a qualcuno, non importa quanto questi ti abbia fatto effettivamente del male o meno. Good Boy segna il debutto in lingua inglese di Jan Komasa, regista polacco che si era fatto notare per film potenti e scomodi quali La stanza dei suicidi (2011), Corpus Christi (2019) e The Hater (2020) e che anche qui dimostra un talento notevole nell’esplorare le cosiddette zone grigie dell’animo umano.

La prigionia qui non viene rappresentata come una privazione della libertà fisica, ma come un vero e proprio sistema di controllo psicologico nel quale piccoli premi o concessioni diventano carburante per il perfezionamento morale. La fiducia diventa così uno strumento di potere ed è interessante osservare anche il rapporto tra i genitori e il figlio Jonathan, che deve comunque guadagnarsi la comprensione di una coppia di genitori a dir poco problematici.

Il cast pensa al resto, con suddetti coniugi che trovano la giusta, placida, morbosità nelle interpretazioni di Andrea Riseborough e Stephen Graham – lui in un ruolo quasi speculare a quello dell’osannata serie cult Adolescence – mentre il ruolo più “scomodo” è affidato ad Anson Boom, già visto in Madame Clicquot e presenza ricorrente negli episodi di MobLand.

Conclusioni finali

Un thriller psicologico più originale della media, nel quale Jan Komasa sfrutta la cattura e successiva prigionia di un ragazzo sbandato per dar vita a un dispositivo narrativo ricco di sfumature. Educazione, dipendenza, colpa e punizione in Good Boy si agitano su molteplici suggestioni, con quella tensione inquieta e latente che si fa portatrice di domande scomode.

Non cerca soluzioni facili, non offre un epilogo scontato ma anzi si rimette in discussione, ribaltando il confine tra bene e male e trasformando l’ambiguità in qualcosa di necessario e catartico, per un incubo domestico che non ha bisogno della violenza per parlare della violenza stessa.

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