Tra il fascino del Magna Graecia Film Festival e il mare di Soverato, Giulia Bevilacqua si racconta a SuperGuidaTV. L’attrice parla dei nuovi progetti, del possibile ritorno di Un Medico in Famiglia, della sua esperienza sul set di Vincenzo Malinconico, della precarietà del mestiere dell’attore e del consiglio che sente di dare ai giovani che sognano una carriera nel cinema.
Intervista a Giulia Bevilacqua al Magna Graecia Film Festival
Come stai vivendo questi giorni al Magna Graecia Film Festival di Soverato?
«Li sto vivendo benissimo. Questa è una terra meravigliosa, con un mare stupendo. Sono arrivata qualche giorno fa insieme alla mia famiglia e mi sto godendo ogni momento. Oggi, tra l’altro, ho mangiato la granita più buona del mondo! Adesso incontrerò il pubblico qui a Soverato e ne sono davvero felice. È sempre bello partecipare a festival come questo, dove si respira un’atmosfera speciale.»
Nel corso della tua carriera hai preso parte a tanti film e fiction di successo. Tra queste c’è anche Un Medico in Famiglia, una serie di cui si continua a parlare per un possibile ritorno. Ti piacerebbe tornare su quel set?
«Un Medico in Famiglia è stata una delle mie primissime esperienze televisive. Frequentavo ancora il Centro Sperimentale di Cinematografia e interpretavo una protagonista di puntata. Ho un ricordo molto tenero di quel periodo: stavo ancora studiando, ero agli inizi e avevo tantissimo da imparare. Ricordo con grande affetto anche Milena Vukotic, che fu davvero meravigliosa. Non ho mai fatto parte del cast fisso della serie, ma se dovessero realizzarla di nuovo sarei molto felice. È un titolo che ha lasciato un segno nel pubblico.»
Tra i tuoi lavori più recenti ci sono anche Il Patriarca e Vincenzo Malinconico. Che esperienza è stata quest’ultima?
«In realtà Vincenzo Malinconico lo sto girando proprio in questo periodo ed è una serie di cui sono molto orgogliosa. Credo sia un progetto davvero straordinario, con un cast eccezionale: Massimiliano Gallo, Teresa Saponangelo, Francesco Di Leva, Giovanni Ludeno e tanti altri interpreti di grande talento. Inoltre è scritta magnificamente, grazie al lavoro di Diego De Silva, autore dei romanzi da cui la serie è tratta. È un progetto molto cinematografico, delicato e particolare, e sono davvero felice di farne parte.»
Negli ultimi mesi si discute molto degli orari di messa in onda delle fiction italiane, spesso considerati troppo tardivi. Sei d’accordo con chi chiede di anticiparli?
«Assolutamente sì. Credo che le serie dovrebbero iniziare prima. Non è possibile partire alle 21.30, soprattutto considerando che spesso gli episodi durano circa novanta minuti o anche di più. Diventa complicato seguirle fino alla fine. Anticipare la programmazione sarebbe sicuramente una scelta positiva per il pubblico.»
Quello dell’attore è un mestiere affascinante ma anche molto precario. Tu come hai affrontato questa realtà e quale consiglio daresti ai giovani che desiderano intraprendere questa professione?
«Noi siamo dei precari. Naturalmente esistono situazioni diverse e livelli differenti di stabilità, ma la precarietà fa parte di questo lavoro. Penso soprattutto ai tecnici, che dopo il Covid e con la crisi del settore hanno vissuto momenti davvero difficili, tra pochi investimenti e progetti che faticano a partire.
Per chi vuole fare questo mestiere servono tanta perseveranza, passione e determinazione. Bisogna imparare a non arrendersi davanti ai primi rifiuti o agli insuccessi, perché fanno parte del percorso. Ci sono periodi in cui si lavora tantissimo e altri in cui non si lavora affatto. In quei momenti è importante non scoraggiarsi, ma sfruttare il tempo per coltivare le proprie passioni e continuare a formarsi.
Il mio insegnante del Centro Sperimentale, Nikolaj Karpov, ci ripeteva sempre che gli attori sono come gli atleti. È un’immagine che porto ancora con me: dobbiamo allenare ogni giorno il corpo, la mente, la sensibilità e l’emotività. Solo così possiamo essere pronti quando arriva una nuova occasione.»
Ti ricordi come hai speso il tuo primo stipendio da attrice?
«Sì, me lo ricordo benissimo. Mi comprai una macchina. Sul primo set in cui ho lavorato, quello della serie Grandi Domani, andavo a Cinecittà in metropolitana perché non avevo ancora l’auto né la produzione metteva a disposizione un servizio di trasporto. Così, appena sono riuscita a mettere da parte un po’ di soldi con il mio primo stipendio, ho acquistato una piccola macchina. Per me rappresentava un traguardo importante: finalmente potevo raggiungere il set in autonomia. È stato uno dei primi veri simboli della mia indipendenza.»