Il precariato, lo stress da pendolare, una quotidianità in cui diventa sempre più difficile gestire i propri spazi, oppressi da un lavoro totalizzante e da una famiglia da crescere, spesso da soli. La routine della protagonista è al centro di Full Time – Al cento per cento, pellicola francese del 2021 assai attuale ancora oggi. Non soltanto perché riflette su dinamiche sociali tuttora presenti pressoché ovunque nel mondo occidentale, ma anche perché la vicenda ha sullo sfondo le ondate di scioperi di massa che hanno tenuto con il fiato sospeso i cittadini d’Oltralpe pochi anni fa. Una forma di protesta che oggi, seppur in forme diverse, continua a tenere sotto scacco il Paese.
Full Time: senza un attimo di tregua – recensione
Full Time – Al cento per cento racconta la storia di Julie, una madre separata che si ritrova a dover crescere da sola due figli piccoli, cercando di conciliare gli impegni familiari con il proprio impiego da capocameriera in un hotel a cinque stelle nel pieno centro di Parigi. Peccato che abiti ben fuori città e che raggiungere ogni mattina il posto di lavoro sia per lei una vera e propria odissea, ora ulteriormente complicata dai cortei e dalle interruzioni del servizio ferroviario che accompagnano le proteste.
La donna aspira a cambiare impiego, stanca di pulire le stanze di ricchi clienti, e ha un colloquio che potrebbe risultare determinante per la sua futura carriera presso un’importante azienda di ricerche di mercato, settore nel quale ha studiato e per il quale si sente ampiamente preparata. Una serie di imprevisti finirà però per complicare i suoi piani, spingendola sempre più al limite nel tentativo di guadagnarsi un futuro migliore.
L’ansia di (soprav)vivere nel mondo di oggi
Fin dai primi secondi, con il respiro che precede il risveglio e il conseguente suono della sveglia, Full Time – Al cento per cento ha il merito di trascinarci di peso in ciò che Julie affronta: entriamo nella sua quotidianità, ne conosciamo le abitudini e ci immedesimiamo in un’esistenza sempre al limite, dove ansia e stress toccano picchi altissimi. Il regista Éric Gravel, che per questo film ha vinto il premio per la miglior regia nella sezione Orizzonti alla Mostra del cinema di Venezia, riesce con semplicità a introdurci nell’intimità della protagonista, che diventa così un personaggio amabile anche quando commette errori e mostra le proprie debolezze.
Nell’ora e mezza scarsa di visione, una situazione apparentemente ordinaria diventa una sorta di thriller emotivo ad alta tensione, nel quale la posta in gioco è tanto semplice quanto complessa: riuscire ad andare avanti, giorno dopo giorno, senza perdere quanto faticosamente costruito fino ad allora. La routine, fin lì perfettamente organizzata, viene sconvolta dall’inaspettato, da quel blocco del traffico ferroviario che la costringe a reinventare, non sempre con successo, il tragitto verso l’hotel e viceversa per riprendere la sera i bambini dall’anziana vicina di casa, offertasi come baby-sitter improvvisata.
Una storia che entra nel cuore e nella quale è facile immedesimarsi, grazie a una verosimiglianza che restituisce tutta la fatica del quotidiano, sorretta dalla struggente interpretazione di una straordinaria Laure Calamy. Per un film che ci permette di riflettere su una società che ci (e si) consuma lentamente.
Conclusioni finali
Una corsa a perdifiato per andare al lavoro, un tragitto che si trasforma in un vero e proprio girone dantesco nella Francia paralizzata dal caos degli scioperi e delle proteste. La vicenda di Julie diventa così la storia di tanti, emblema di un precariato che, se non uccide, poco ci manca.
Il film ci accompagna nelle levatacce mattutine, su quei treni da prendere mentre il cielo è ancora buio, prima che anch’essi vadano incontro a un blocco più o meno momentaneo, costringendo la protagonista a ricorrere a soluzioni ingegnose e di fortuna. Sullo sfondo, la speranza di quel nuovo lavoro, miraggio apparentemente sfuggente che solo un destino magnanimo può trasformare in solida realtà.









