Tre famiglie, tre nazioni e tre riunioni di famiglia che non sono riunioni nel senso classico e celebrativo del termine, ma bensì incontri carichi di quella particolarissima tensione che soltanto i legami di sangue sanno generare, quei momenti di incertezza e di diffidenza che pur esistono tra chi, idealmente, dovrebbe sapere tutto o molto dell’altro. Father Mother Sister Brother è un titolo che già riassume letteralmente in ordine cronologico l’ordine degli eventi e degli incontri.
Nel primo capitolo troviamo i fratelli Jeff ed Emily in visita dall’anziano padre, che conduce un’esistenza solitaria in una zona boschiva degli Stati Uniti: un uomo eccentrico e malinconico, che sembra nascondere molti segreti. Il secondo vede le sorelle Timothea e Lilith a Dublino per il loro appuntamento annuale con la madre, una famosa scrittrice dal carattere algido e riservato. Il terzo e conclusivo ha per protagonisti i gemelli Skye e Billy, che tornano nell’appartamento parigino dei genitori appena scomparsi per fare i conti con un’eredità che non è soltanto fisica, ma soprattutto spirituale.
Father Mother Sister Brother: insieme per forza – Recensione
Jim Jarmusch ha ritirato il Leone d’oro all’ultima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, non senza polemiche, per questo film a episodi: un’opera solo apparentemente minore nella sua ricchissima carriera, ma anzi carica di spunti e sottotesti che, soprattutto nei primi due terzi, rendono la visione irresistibile e ricolma di una dolceamara ironia sottotraccia. Lasciando al contempo all’ultimo tassello il compito di chiudere il cerchio all’insegna della malinconia.
La formula antologica, non nuova al regista americano, è qui l’ideale per dissezionare l’imbarazzo familiare in tre culture distinte. Se nell’apripista Adam Driver e Mayim Bialik si ritrovano svogliatamente a controllare lo stato di salute, fisica e mentale, dell’arcigno genitore interpretato da uno scatenato Tom Waits, l’episodio di mezzo ci riconsegna il classico humour britannico incarnato al meglio dalle interpretazioni di Cate Blanchett, Vicky Krieps e Charlotte Rampling, un tris di assi femminile delle grandissime occasioni.
Il tassello conclusivo è caratterizzato invece da un profondo senso di malinconia, con i fratelli adulti che ricordano la loro infanzia e i genitori scomparsi, consolidando ulteriormente la forza del loro legame.
Rimandi e spunti in divenire
Jarmusch costruisce i tre segmenti come variazioni musicali sullo stesso tema, con motivi visivi e non che si ripercorrono, a cominciare dagli skateboarder che in slow motion si ritrovano ad attraversare la scena, con una sistematicità che funziona come partitura armonica ed emozionale, aggiungendo un senso di universalità all’assunto di partenza.
“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo” citava l’incipit di Anna Karenina, una frase che il cineasta sembra aver preso qui alla lettera. L’idea che tutte le famiglie siano in fondo la stessa famiglia, nelle idiosincrasie come nei silenzi e in quei continui non detti, non viene dichiarata ma dimostrata, accumulata certosinamente con la pazienza di chi sa che certe verità hanno bisogno di spazio e tempo per esprimersi, in dialoghi o espressioni specifiche.
Un cinema fatto di soglie da varcare, di porte socchiuse, di discorsi a metà e di sguardi rivelatori. Accade un poco che è in realtà tutto, in quello che non viene espletato, con il pubblico che entra nel cuore della vicenda come personalmente coinvolto, immaginando e condividendo quei piccoli momenti di umanità con personaggi carichi di debolezze e alibi, dolcemente sbagliati e proprio per questo facilmente credibili e degni di immedesimazione.
Conclusioni finali
Un film che esiste e resiste, che stimola spunti di riflessione anche dopo che lo schermo si è spento, perché racconta di noi, di quei legami di famiglia amabilmente imperfetti, tra innocenti bugie e verità taciute, dove padri, madri, fratelli e sorelle altro non sono che un corollario di piccola umanità assortita, alle prese con più vizi che virtù.
In tre episodi simili e dissimili Father Mother Sister Brother porta in scena personaggi goffi e disincantati, con un cast magnifico alle prese con ironia e malinconia a seconda di umori e contesti, in un gioco di rapporti che vive su un presente impaurito o su un passato rimpianto, schiavo di quei piccoli attriti, di legami irrisolti e di silenzi assordanti.