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Fabio Balsamo: “Vorrei recuperare la commedia di Troisi e Mastroianni. Con i The Jackal siamo diversissimi, ed è questo il nostro punto di forza. L’ironia mi ha aiutato a sopravvivere alla sofferenza”

ph.Antonio GUASTAFIERRO

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La comicità come strumento di riflessione, la fragilità come valore da recuperare e il desiderio di raccontare le emozioni attraverso nuove forme narrative. In occasione del BCT Festival di Benevento, Fabio Balsamo ha parlato del suo libro Non è quello che ci aspettavamo, un’opera che mescola autobiografia, favola e introspezione. Nel corso dell’incontro l’attore e autore ha raccontato il rapporto con il padre, l’esperienza con i The Jackal, il valore terapeutico dell’ironia e i progetti futuri tra teatro, scrittura e cinema.

Intervista a Fabio Balsamo a Benevento 2026

Da quale esigenza nasce Non è quello che ci aspettavamo?

«In qualche modo la risposta è già nel titolo. Questo libro nasce da diverse esigenze. Da una parte c’è il desiderio di raccontarmi, anche se non credo che conoscere semplicemente chi sono possa essere l’aspetto più interessante. Quello che mi premeva davvero era mostrare come la comicità non sia affatto qualcosa di frivolo o superficiale. Provengo da un percorso artistico che ha attraversato anche il mondo della rappresentazione drammatica e non ho mai creduto nella distinzione netta tra comicità e dramma. La comicità è il risultato di una riflessione profonda sulla realtà e sull’essere umano. Inoltre volevo scrivere un libro che esaltasse valori che oggi considero fondamentali e spesso trascurati: la fragilità e la tenerezza. Non è quello che ci aspettavamo è ciò che potrebbe dire il lettore una volta arrivato all’ultima pagina, ma è anche quello che, a un certo punto della vita, diciamo noi stessi guardandoci indietro e confrontandoci con le aspettative che avevamo sul nostro futuro.»

C’è un capitolo che hai scritto di getto e uno che invece ti ha richiesto più tempo?

«Quello che ho scritto più velocemente è Lettera da Dio a mio padre. Si tratta di una serie di lettere attraverso cui provo a fare chiarezza sul rapporto con mio padre, che non è stato semplice. Ma credo che nessun rapporto genitoriale lo sia davvero. L’ho scritto quasi di getto dopo aver ascoltato una canzone di Lucio Battisti, artista che mio padre amava profondamente. Nel giro di poche ore, tra emozione e lacrime, sono riuscito a mettere tutto nero su bianco. Il capitolo più difficile, invece, è stato Il bombo. Racconta il percorso di accettazione della malattia e il mio rapporto con essa. È stato complicato perché non volevo banalizzare un tema così delicato. Volevo che parlasse davvero a chi vive quotidianamente questa piccola guerra personale. L’ho riscritto più volte. A un certo punto l’ho addirittura cancellato per ricominciare da capo, perché mi sembrava troppo scontato, troppo mellifluo e lontano da ciò che volevo esprimere. È probabilmente il capitolo che mi ha richiesto più lavoro.»

Nel libro utilizzi spesso la favola come strumento narrativo. Che rapporto hai con questo linguaggio?

«La favola è arrivata quasi naturalmente. Sono molto interessato alla psicoterapia cognitivo-comportamentale e mi affascina il modo in cui alcuni concetti interiori vengono elaborati attraverso metafore. In fondo è ciò che fa anche il nostro cervello durante il sonno. I sogni rappresentano un tentativo dell’inconscio di elaborare emozioni, paure e vissuti attraverso immagini simboliche. La favola funziona in maniera simile. Quando dobbiamo spiegare concetti complessi e profondamente introspettivi, gli animali, le immagini e le metafore aiutano a tradurre qualcosa di astratto in qualcosa di immediatamente comprensibile. Per questo ho scelto di utilizzare questo linguaggio. Ho un rapporto molto bello con le favole, anche perché amo il cinema d’animazione e i film Pixar. La semplicità, in realtà, è una delle cose più difficili da raggiungere. Ed è proprio questo che mi affascina.»

Nel libro affronti anche il tema delle etichette. Ti pesa essere identificato semplicemente come “quello dei The Jackal”?

«In realtà no. Non mi infastidisce essere associato ai The Jackal. Mi dà più fastidio quando le persone si aspettano da me qualcosa che non sono. Spesso si immagina che chi fa comicità sia naturalmente simpatico, leggero, goliardico, come se fosse un tratto caratteriale permanente. In realtà non è così. Non c’è nulla di sbagliato nell’essere leggeri, anzi. A volte lo invidio persino. Però quando le persone danno per scontato che io sia esclusivamente quello, allora mi sento un po’ intrappolato in un’etichetta. Le etichette, in generale, sono sempre limitanti perché impediscono di andare a fondo nella conoscenza delle persone.»

E cosa rende speciale il vostro rapporto all’interno dei The Jackal?

«La nostra diversità. Siamo estremamente diversi sia dal punto di vista umano sia da quello artistico. Abbiamo percorsi, sensibilità e caratteri molto differenti, ma proprio questa diversità genera un equilibrio unico. È ciò che ci permette di creare qualcosa insieme e di mantenere viva una chimica che dura da tanti anni. Se dovessi indicare una caratteristica che ci rappresenta davvero, sarebbe proprio questa: la capacità di valorizzare le differenze invece di appiattirle.»

Che ruolo ha l’ironia nella tua vita, oltre che nel tuo lavoro?

«Per me non esiste una vera separazione tra vita e arte. Credo che chi lavora nel mondo creativo finisca inevitabilmente per portare se stesso in ciò che realizza. L’ironia è stato il modo più educato che ho trovato per sopravvivere alla sofferenza. Giocare con le cose aiuta a superarle e riuscire a scherzarci sopra significa aver trovato la forza di attraversarle. Credo che i bambini abbiano un talento naturale: imparano attraverso il gioco e l’imitazione. Io continuo a fare la stessa cosa anche da adulto. Uso l’ironia, l’autoironia e la destrutturazione su qualsiasi argomento, anche sui più dolorosi. Non per minimizzarli, ma per entrarci più a fondo. Mi ricorda che, in fondo, nulla è così assoluto come sembra e questo mi permette di affrontare la vita con maggiore equilibrio.»

C’è un progetto da solista che sogni di realizzare?

«Ne ho tantissimi. Anzi, il mio problema è spesso riuscire a canalizzarli. Quello che posso già annunciare è il mio ritorno a teatro dopo cinque anni. Sarò al Piccolo Bellini di Napoli con Persi e proibiti, una raccolta di poesie dell’inferno napoletano. È uno spettacolo che mescola tradizione e sperimentazione e che mi permette di mostrare un lato diverso del mio percorso artistico. Inoltre ho scoperto la scrittura come un territorio nuovo e sorprendente. Non immaginavo che mi avrebbe appassionato così tanto. E poi c’è il cinema. Mi piacerebbe sviluppare un progetto personale che recuperi la dimensione della dramedy, della commedia amara e introspettiva. Una comicità fragile, malinconica e profondamente umana che in passato grandi maestri come Marcello Mastroianni e Massimo Troisi hanno saputo raccontare in modo straordinario.»

A proposito di Troisi: quali temi credi che la commedia dovrebbe tornare ad affrontare oggi?

«Troisi aveva anticipato molte riflessioni sulle relazioni umane, sul senso di smarrimento e sulle fragilità che oggi vivono tante persone, soprattutto gli uomini. Credo che oggi ci sia bisogno di recuperare il valore del fallimento. Viviamo in una società in cui l’apparenza, il successo e la perfezione fisica sembrano contare più di tutto. La vera forma di resistenza, invece, sta nell’accettazione delle proprie fragilità. Lo vediamo anche nelle campagne che invitano a superare certi modelli di mascolinità tossica: un uomo deve imparare a piangere, a raccontare le proprie debolezze, a mostrarsi vulnerabile. Per questo penso che la commedia possa tornare a essere uno strumento importante per raccontare la tenerezza e la fragilità. Sono valori che oggi abbiamo bisogno di riscoprire e che possono rappresentare una forma autentica di resistenza culturale e sociale.»

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