Nel pieno dei suoi trent’anni, nel 2008 Ella McCay sta per diventare la più giovane governatrice di uno stato americano. Il suo mentore, il governatore uscente Bill, è infatti prossimo a trasferirsi a Washington per assumere un importante incarico nella neonata amministrazione Obama, e proprio Ella è designata a prenderne il posto.
Conosciamo così una protagonista problematica, orfana di madre e con un padre che non vede da lungo tempo, per via dei continui tradimenti dell’uomo nei confronti della compianta moglie, mai perdonatigli da Ella e dal fratello minore Casey, che soffre di agorafobia e lavora recluso in casa dallo schermo del computer. Non le va meglio con il marito Ryan, che vede la sua promozione come un trampolino di lancio per una carriera mai nata, e con cui il rapporto coniugale è agli sgoccioli. L’unica certezza nella vita della futura governatrice è la saggia zia Helen, proprietaria di un bar e dispensatrice di perle di saggezza.
Ella McKay: in cerca di risposte – recensione
Nuova esclusiva del catalogo Disney+, Ella McCay un’operazione fortemente sbilanciata, che vorrebbe porsi come una sorta di omaggio alle commedie hollywoodiane anni Cinquanta aggiornandole ai tempi moderni, con risultati purtroppo spesso improbabili che minano alle fondamenta una narrazione ben più che sbilenca.
La furba decisione di ambientare la storia nel 2008, liberandola così dalle tensioni politiche che oggi dividono gli Stati Uniti, non basta a preparare il campo alla leggerezza, tanto che le gag e le battute riuscite si contano sulle dita di una mano e al termine delle quasi due ore di visione rimane poco di Ella e della storia a cui si è assistito. Personaggi secondari tratteggiati caricaturalmente e una storyline principale incapace di interessare e fare effettivamente presa su chi guarda non fanno altro che tarpare sul nascere le pur volenterose interpretazioni di un cast eterogeneo e di valore.
Facce giuste al posto sbagliato?
Reduce dal premio Oscar per Everything Everywhere All at Once (2022), Jamie Lee Curtis non è più riuscita a trovare ruoli all’altezza e qua la sua zia “maestra di vita” non viene mai sfruttata nel suo pieno potenziale. Ancora peggio va a Woody Harrelson, che veste i panni di un personaggio tanto odioso quanto insignificante come il padre fedifrago.
Nel ruolo principale Emma Mackey, che il grande pubblico streaming ha imparato a conoscere nella serie Sex Education, si impegna e si vede, ma deve anche lei fare i conti con le bizze di una sceneggiatura che non si comprende bene dove voglia andare a parare, con uno scentrato equilibrio tra l’anima maggiormente farsesca e quelle sfumature drammatiche che fanno capolino qua e là.
Le critiche al sistema politico a stelle e strisce sono naturalmente all’acqua di rose, per non inimicarsi niente e nessuno, e quel risolversi a tarallucci e vino anche quando gli scandali rischiano di prendere il sopravvento rischia di offrire un quadro distorto ed edulcorato di quanto avvenga realmente nelle stanze del potere.
Fa impressione che dietro la macchina da presa sieda James L. Brooks, regista premio Oscar per Voglia di tenerezza (1983) nonché produttore e sceneggiatore de I Simpson, che qui sembra in balia di un racconto che non decolla mai e del quale la fine sembra una sorta di paradossale liberazione.
Conclusioni finali
Le potenzialità c’erano tutte, a cominciare da un cast interessante e da una storia che, sulla carta, si riprometteva di omaggiare le commedie classiche hollywoodiane. Il risultato è però un pasticcio senza capo né coda, che spreca malamente i suoi interpreti ed è troppo timido sia nella sua verve drammatica che nell’anima più leggera.
La scalata politica di Ella McCay, prossima a diventare governatrice, rischia di essere interrotta sul nascere da uno scandalo e la protagonista dovrà fare i conti con diverse situazioni familiari irrisolte, pronte a esploderle addosso tutte in una volta. E travolgendo non soltanto lei, ma anche lo spettatore che si ritrova catapultato in questo casotto fine a se stesso.









