Elevator Boys – Ritorno Agli Anni 90, la recensione: un film musicale a spasso nel tempo

Elevator Boys - Ritorno Agli Anni 90

Matteo, Jonas, Chris, Ben e Oliver sono cinque amici inseparabili che sognano di sfondare nel mondo della musica come una boy band. Quando si presenta loro l’occasione di esibirsi davanti a un pubblico numeroso e poter così far valere il loro nome nel settore, Ben si tira indietro, mettendo in discussione il futuro dell’intero gruppo. La rottura si compie durante una discesa in ascensore e improvvisamente, quando escono dalla cabina, scoprono di essere stati trasportati nel lontano 1995.

Tre decenni separano ora i protagonisti di Elevator Boys: Ritorno Agli Anni 90 dal presente al quale erano abituati e inizialmente faticano a ritrovarsi in un’epoca per loro quasi “preistorica”. Tornare nell’anno giusto si rivela molto più complicato del previsto e i ragazzi si convincono che soltanto che una misteriosa canzone di quel periodo possa rappresentare la chiave di volta per rifare il viaggio al contrario, prima che quel passato finisca per diventare il loro nuovo domani.

Elevator Boys: tempi sbagliati – recensione

Il salto temporale diventa come prevedibile un’occasione per capire cosa significhino davvero amicizia, ambizione e successo, e soprattutto quanto si sia disposti a sacrificare per raggiungere la fama. Un qualcosa di già ampiamente visto che in questa nuova rivisitazione paga enormi limiti di sceneggiatura e di recitazione, con la scelta di casting e alla base del progetto che già in partenza faceva presagire il peggio.

A vestire i ruoli principali troviamo infatti gli Elevator Boys, gruppo di content creator tedeschi diventati famosi su TikTok. Attori quindi improvvisati, che non a caso evidenziano enormi limiti espressivi nel procedere di una vicenda il cui sapore paradossale si esaurisce in fretta, per via di una narrazione che si perde in forzature e svolte poco credibili. A cominciare proprio da quegli amori che nascono in un batter d’occhio tra i protagonisti e le ragazze degli anni ’90, una di loro poi fondamentale per le future svolte di trama.

Un film superficiale oltre misura

Il gioco metacinematografico che sulla carta avrebbe potuto funzionare, ovvero quello di spedire un gruppo nato sui social network in un contesto storico dove gli smartphone e internet non esistevano ancora, non viene colto a dovere. La macchina da presa non fa altro che propinarci primi piani o disavventure romantiche dei cinque ragazzotti, senza che il loro percorso a spasso nel tempo sia abitato da sfumature o risvolti almeno parzialmente interessanti.

L’effetto nostalgia rischia di essere parodiato più che omaggiato, limitandosi a una semplice ed esangue raccolta di oggetti e situazioni degli anni Novanta. Le differenze tra i due decenni sono pressoché minime, tolta la succitata mancanza di campo e connessione internet, e tutto avviene troppo in fretta per concedere un minimo di maturazione agli Elevator Boys, che rimangono così delle (in)volontarie caricature.

Amicizia, storie d’amore e consapevolezza dei propri mezzi diventano semplici espedienti narrativi per dar vita a soluzioni stereotipate e arrivare al minutaggio minimo di un’ora e mezza, in quella che rimane un’operazione dedicata esclusivamente ai fan del gruppo.

Conclusioni finali

Una commedia musicale che cerca di sfruttare il successo social del gruppo protagonista, ma che si rivela mediocre sotto pressoché ogni punto di vista, incapace di sfruttare una premessa, seppur abusata, ricca di potenzialità. Il salto temporale dal presente alla metà degli anni Novanta non viene sfruttato a dovere, limitandosi a riciclare un immaginario teen ormai scontato.

Pettorali scolpiti, canzoni orecchiabili e sorrisi sornioni pronti a far colpo sulle fan di TikTok e sulle ragazze di questo 1995 che sembra una tragicomica caricatura di quanto effettivamente fu. Elevator Boys: Ritorno agli anni ’90 non gioca come dovrebbe con le differenze tra i due periodi storici e propone una confezione troppo lineare per essere un minimo interessante.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.