Elena Sofia Ricci: “Le serie tv iniziano troppo tardi, il pubblico merita più rispetto”. Sulla precarietà degli attori: “Il 90% degli attori fa molta fatica” – Intervista

elena sofia ricci

Elena Sofia Ricci si racconta al BCT Festival di Benevento in una lunga intervista a SuperGuidaTV. L’attrice ripercorre uno dei momenti più felici della sua carriera, parla del successo di I casi di Teresa Battaglia, del ritorno di Suor Angela in Che Dio ci aiuti e affronta temi importanti come la tutela degli artisti e la precarietà nel mondo dello spettacolo. Un dialogo sincero in cui non mancano riflessioni sul rapporto con il pubblico, sui riconoscimenti ricevuti e sui sacrifici fatti agli inizi della carriera.

Intervista a Elena Sofia Ricci al BCT Festival di Benevento

Elena Sofia Ricci, benvenuta al BCT Festival e a SuperGuidaTV. Che momento sta vivendo oggi nella sua carriera?

È un momento bellissimo della mia carriera. Quando ero ragazza ho iniziato con il teatro e le cose sono andate bene fin da subito, ma non avrei mai immaginato che alla mia età — ho 64 anni, lo posso dire tranquillamente, tanto è scritto ovunque — mi sarei trovata a vivere una fase ancora più bella.

Per me è sorprendente vedere che ho ancora tanti progetti in cantiere, tanti sogni da realizzare e una grande voglia di creare. È un periodo di forte energia positiva e di grande creatività.

Ha suscitato molto interesse il suo appello per anticipare l’orario di messa in onda delle serie tv. Come è nata questa richiesta e che effetto le ha fatto il sostegno ricevuto dal pubblico?

Innanzitutto non sono stata io la prima a parlarne. È un tema che viene affrontato da tempo e sul quale ci sono stati confronti anche con produttori ed emittenti.

Il nostro è quasi un grido di dolore, perché vediamo penalizzato sia il nostro lavoro sia il pubblico. Una volta le famiglie si riunivano davanti alla televisione per guardare le fiction e gli sceneggiati. Era la vera prima serata, subito dopo il telegiornale. Col tempo si sono aggiunti tanti altri programmi, tutti validissimi e piacevoli, ma gli orari si sono allungati e oggi rischiamo di avere una “prima serata” che in realtà assomiglia sempre più a una seconda serata.

Non credo sia rispettoso nei confronti del pubblico. Le persone lavorano, i ragazzi vanno a scuola e dovrebbero poter seguire le serie che amano senza fare le ore piccole. Molti sono costretti a recuperarle successivamente, ma spesso non ci riescono perché la vita corre veloce e il tempo a disposizione è sempre meno.

Forse il clamore è nato dal fatto che a dirlo è stata un’attrice conosciuta e stimata dal pubblico, ma è una battaglia che portiamo avanti in molti. Non pretendo di tornare agli orari di una volta, ma credo che iniziare alle 21.15 o alle 21.30 sarebbe più che ragionevole.

Tornerà presto con la nuova stagione de “I casi di Teresa Battaglia”. Cosa può anticiparci e che rapporto ha con questo personaggio?

Mi sono innamorata di Teresa Battaglia fin dal primo momento. In realtà all’inizio ero piuttosto riluttante: non avevo molta voglia di interpretare un altro commissario. Poi Verdiana Bixio, la produttrice, ha insistito e quando ho letto i romanzi di Ilaria Tuti, i soggetti e successivamente le sceneggiature ho capito che Teresa era qualcosa di completamente diverso.

È una profiler e, da appassionata di psichiatria quale sono, mi sono subito lasciata conquistare da questo personaggio. Teresa porta dentro di sé una ferita enorme, un trauma che le consente di comprendere il dolore degli altri. Tutti i serial killer sono figli di un trauma e anche Teresa lo è stata, con la differenza che lei ha trasformato quella sofferenza in uno strumento per aiutare gli altri e comprendere il male.

Nella nuova stagione questo legame sarà ancora più evidente. Per la prima volta vedremo concretamente il trauma che ha segnato la sua vita, un evento di cui si è molto parlato nelle stagioni precedenti ma che non era mai stato mostrato. Sarà qualcosa di molto forte e aiuterà il pubblico a capire ancora meglio chi è davvero Teresa Battaglia.

La rivedremo anche nei panni di Suor Angela in “Che Dio ci aiuti”. Che impatto ha avuto questo personaggio sul suo rapporto con il pubblico?

Io amo Suor Angela e infatti continuo a tornare da lei. Voglio però chiarire che si tratterà di una presenza limitata, come già accaduto nelle ultime stagioni. Non torno stabilmente nella serie e non voglio illudere nessuno.

Suor Angela mi diverte perché è una suora irriverente, fuori dagli schemi. È una sorta di “delinquente” in abito religioso e proprio per questo il pubblico le vuole bene.

Detto questo, credo che non sia stato solo questo personaggio a rafforzare il mio rapporto con gli spettatori. Tutti i ruoli che ho interpretato, in televisione, al cinema e a teatro, hanno lasciato qualcosa dentro di me e hanno contribuito a consolidare questo legame. Forse bisognerebbe chiedere al pubblico perché continua a seguirmi con tanto affetto. Io posso soltanto dire che ho sempre cercato di fare il mio lavoro con passione, amore e onestà.

Ha ricevuto moltissimi premi nel corso della sua carriera. Che rapporto ha con i riconoscimenti?

I premi fanno sempre piacere, inutile negarlo. Però il riconoscimento più importante resta quello del pubblico. L’affetto delle persone è il premio più grande che un artista possa ricevere.

Molti attori, musicisti, cantanti o danzatori condividono una sorta di fragilità emotiva, una carezza mancata, un vuoto da colmare. Forse è anche per questo che cerchiamo l’applauso e il consenso. Quando arriva l’amore del pubblico, quello è il riconoscimento più prezioso.

Naturalmente fa piacere anche essere premiati dalla critica o da giurie internazionali. Penso, ad esempio, al recente riconoscimento ottenuto grazie a I casi di Teresa Battaglia. È una soddisfazione vedere una produzione italiana apprezzata anche all’estero, perché il nostro Paese continua a esprimere eccellenze straordinarie nel settore audiovisivo.

Vorrei affrontare con lei il tema della precarietà nel mondo dello spettacolo. Lei l’ha mai vissuta in prima persona?

La ringrazio davvero per questa domanda, perché viene posta molto raramente.

Sì, la precarietà esiste ed è una realtà molto dura. Io sono stata fortunata e ho lavorato tanto, ma ho avuto anch’io periodi difficili, soprattutto agli inizi, quando i compensi erano molto bassi e arrivare a fine mese non era semplice.

Il problema è che siamo una minoranza privilegiata. Esistono una ventina di attori molto noti che lavorano con continuità e sono ben pagati, ma la stragrande maggioranza degli artisti vive una situazione completamente diversa. Molti attori, musicisti e soprattutto danzatori guadagnano pochissimo.

In Paesi come la Francia gli artisti sono molto più tutelati. Nel 2020, durante la pandemia, abbiamo fondato l’associazione Unita proprio per cercare di ottenere maggiori diritti e avvicinarci agli standard europei.

È una piaga reale e importante. Ho tanti amici e colleghi che lavorano poco e fanno molta fatica a vivere del proprio mestiere.

Vorrei aggiungere una cosa: molte persone vedono un volto noto in televisione e pensano che tutti gli attori siano ricchi. Non è così. Siamo davvero pochi a stare molto bene economicamente. Il 90% degli attori fa ancora fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.

Un’ultima curiosità: si ricorda cosa si regalò con il suo primo stipendio da attrice?

In realtà non mi sono regalata nulla. Ho imparato da mia madre a essere una “formichina”. Mia madre è stata la prima donna scenografa del cinema italiano e quando arrivò da sola a Roma da Firenze affrontò enormi sacrifici.

Il suo esempio mi ha insegnato il valore del risparmio. Nei primi anni non spendevo praticamente niente, uscivo poco e mettevo da parte tutto quello che potevo. Ho risparmiato a lungo per comprare una casa.

Ricordo che per ristrutturarla ci vollero anni: facevo un film e rifacevo il bagno, poi finivano i soldi e dovevo aspettare il lavoro successivo per sistemare un’altra stanza. È andata così.

Oggi mi concedo qualche soddisfazione in più, soprattutto perché sono riuscita a garantire un futuro alle mie figlie. Proprio perché questo mestiere è così precario, sapere che avranno una casa è una tranquillità importante. Adesso cerco anche di godermi un po’ di più quello che ho costruito.

Grazie per essere stata con noi.

Grazie a voi.