Ospite del Giffoni Film Festival, Cristiana Capotondi ha raccontato a SuperGuidaTV il suo ruolo nella nuova serie Netflix Minerva, soffermandosi sui temi dell’educazione militare, dello spirito critico e del confronto tra tradizione e modernità. L’attrice ha inoltre espresso la sua opinione sugli orari di programmazione delle fiction Rai e ha affrontato il tema della crisi che sta attraversando il settore audiovisivo italiano.
Intervista a Cristiana Capotondi
Cristiana Capotondi, benvenuta su SuperGuidaTV e benvenuta al Giffoni Film Festival. Partiamo da Minerva, la nuova serie Netflix. Ci racconti il tuo personaggio e cosa ti ha colpito del progetto?
«Il mio personaggio è una professoressa che entra in una scuola militare. È una civile e porta con sé tutto lo stupore di una donna che non è abituata a un mondo caratterizzato da regole antiche e, in alcuni casi, anche desuete. Questo stesso stupore accompagna anche gli allievi che entrano nella scuola. Per questo motivo, inizialmente, la professoressa appare molto vicina ai ragazzi, pur mantenendo il proprio ruolo educativo. Cerca infatti di trasmettere loro un modo di osservare la realtà che favorisca lo sviluppo di uno spirito critico rispetto a ciò che vivono e a ciò che viene loro insegnato. Da qui nasce un dibattito attorno all’istituzione scolastica, al modello educativo e al sistema di regole che caratterizza questo contesto. È stato molto interessante perché è lo stesso percorso che abbiamo vissuto noi attori durante il lavoro sul set.
Entrando nei meccanismi dell’educazione militare ci siamo posti molte domande. Abbiamo osservato questo mondo, lo abbiamo analizzato, compreso e anche criticato. In alcuni casi ne siamo rimasti affascinati, in altri abbiamo pensato che certe regole fossero ormai superate. Si è aperto un confronto molto vivo tra noi, sia come persone sia come interpreti. Per questo motivo io considero Minerva quasi un film molto lungo, perché possiede una profondità e una complessità che vanno oltre la serialità tradizionale.»
A proposito di serie TV, negli ultimi mesi si è discusso molto degli orari di messa in onda delle fiction. Diversi attori hanno chiesto di anticipare la programmazione serale. Qual è la tua opinione?
«Su questo tema mi sono già espressa in passato e sono stata tra le prime a sollevare la questione. Credo che iniziare una fiction alle 21.45 o addirittura alle 22 sia poco compatibile con le abitudini delle famiglie italiane, che a quell’ora spesso stanno già terminando la giornata. Minerva sarà distribuita da Netflix e quindi la fruizione è completamente individuale, con tempi e modalità scelti dagli spettatori. Tuttavia continuo a essere anche un’interprete di produzioni Rai e una spettatrice delle fiction Rai. Proprio per questo penso che quel tipo di offerta debba essere collocata in una fascia oraria più in linea con la vita quotidiana degli italiani.»
Tra i tanti personaggi che hai interpretato, ce n’è uno che ti piacerebbe tornare a vestire in una nuova stagione?
«In questo momento direi Minerva. C’è stato però un personaggio che mi sarebbe piaciuto continuare a interpretare e che mi è costato lasciare. Alla fine, però, credo sia andata bene così: la sua storia aveva trovato un epilogo giusto e compiuto.»
Parliamo infine della precarietà nel mondo dello spettacolo. Si parla spesso della crisi che sta attraversando cinema e televisione. Qual è il tuo punto di vista?
«Siamo di fronte a un’industria che sta cercando nuovi spazi e nuove modalità per orientarsi in un mercato che sta cambiando rapidamente. Le regole non sono sempre chiare e spesso nemmeno i numeri che le determinano lo sono. Per un produttore oggi costruire il budget di un film o di una serie è diventato molto complesso e questa situazione inevitabilmente si riflette su tutte le professionalità che operano nel settore audiovisivo. Noi siamo un’industria a tutti gli effetti. Alcuni comparti industriali ricevono maggiori sostegni rispetto ad altri e quello culturale, storicamente, ha sempre beneficiato di strumenti di supporto, come accade in molti altri settori produttivi. Al di là del dibattito sul sostenere o meno la cultura, credo sia importante ragionare su quali comparti industriali si scelga di sostenere e sulle motivazioni che portano a queste scelte.»