Fare un film sulla figura di Enrico Berlinguer era uno degli esercizi più rischiosi che il cinema italiano potesse tentare. Non tanto per ragioni produttive, bensì per questioni affettive e politiche: è una di quelle figure che la mitologia ha trasformato in icona, e come si sa le icone sono sempre complicate da affrontare e reimmaginare. Il pericolo dell’agiografia era concreto, e il regista e sceneggiatore Andrea Segre ne aveva consapevolezza.
Per Berlinguer – La grande ambizione la scelta è stata quella di circoscrivere il racconto a un quinquennio preciso, dal settembre 1973, quando il segretario del PCI sfugge in Bulgaria a un attentato organizzato dai servizi segreti locali, fino al drammatico rapimento di Aldo Moro nel maggio del 1978. Ciò che ne è uscito è un film imperfetto, non una biografia esaustiva ma un ritratto in divenire, osservato nei momenti in cui la storia e la vita privata si sono scontrate con una violenza che nessuna agenda politica poteva prevedere.
La grande ambizione: tra il dire e il fare – recensione
C’è una frase di Antonio Gramsci in sovrimpressione nei primi istanti di Berlinguer – La grande ambizione che non è lì per caso e che Segre usa come bussola chiave dell’intera operazione: la distinzione tra le piccole ambizioni legate all’interesse personale e quella grande, indissolubile dal bene collettivo. Una citazione che è già, di per sé, una dichiarazione di intenti, per raccontare un individuo che rimasto impresso fortemente nell’immaginario collettivo italiano, anche in quello delle fronde rivali, con la tenacia silenziosa di chi ha saputo perdere senza mai rinunciare alla lotta sociale.
Un periodo complesso quello mostrato nel procedere degli eventi, con l’Eurocomunismo come terza via tra Mosca e Washington, il compromesso storico con la Democrazia Cristiana come tentativo di portare il PCI al governo, le campagne elettorali che portano il partito ai massimi storici – ma anche i lati oscuri, con i crimini delle Brigate Rosse e lo spettro del terrorismo interno. Il passato del nostro Paese viene rivissuto tramite numerosi filmati di repertorio, una scelta questa parzialmente furba per ovviare ai limiti di budget.
A spasso nel tempo
Se escludiamo infatti questi video dell’epoca, con le piazze in marcia e le manifestazioni oceaniche, la pressoché totalità delle due ore di visione si svolge in interni, siano questi le mura domestiche del protagonista o le stanze del potere dove si cercano di stringere accordi più o meno fondamentali per le sorti del BelPaese.
La regia percorre il tempo che scorre con un passo che è volutamente asciutto, dal taglio quasi documentaristico: come detto i materiali d’archivio vengono integrati più o meno armoniosamente con la finzione senza soluzione di continuità, con la stessa fotografia costruita su toni caldi e polverosi che intendo ricordare la texture delle pellicole del tempo e una colonna sonora che lavora in sottrazione piuttosto che come ariete emotivo.
Elio Germano nel ruolo principale resta il principale motivo di interesse di Berlinguer – La grande ambizione, abitando questo personaggio complesso e sfaccettato sia dentro che fuori, rivelandosi capace di comunicare la coerenza interna di un uomo per cui la politica non è mai stata un mestiere ma una sorta di naturale estensione dell’esistenza.
Conclusioni finali
Un biopic tanto rischioso quanto trattenuto, che sceglie la sobrietà come metodo e la fedeltà al documento come etica, producendo un ritratto che onora Berlinguer senza santificarlo e affidandosi di sovente a filmati di repertorio per riportarci nell’Italia che fu.
Berlinguer – La grande ambizione rischia a tratti di compiacersi nella sua stessa cautela, lasciando alcune potenzialità narrative inespresse proprio quando il film avrebbe necessitato di qualche sussulto. Elio Germano comprende il personaggio e vi si traveste con efficacia, in un film meno ambizioso del suo titolo, nel bene e nel male.