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Berlin Nobody, un thriller psicologico tra sette e complotti – Recensione

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Ben Monroe è uno psicologo americano che vive e lavora a Berlino dopo essersi separato dalla moglie. Studioso dei fenomeni riguardanti le sette, sta preparando un nuovo libro quando si ritrova coinvolto direttamente nelle indagini su una serie di suicidi collettivi, apparentemente riconducibili all’esistenza di un culto. In Berlin Nobody il caso assume contorni sempre più inquietanti e Ben, con l’aiuto della detective della scientifica Nina, cerca di vederci chiaro per terminare al contempo i suoi studi.

Nel frattempo l’uomo deve anche gestire la figlia sedicenne Mazzy, arrivata nella capitale tedesca dove frequenterà per un periodo la scuola locale. La ragazza in treno incontra il coetaneo Martin, un ragazzo originario di lì con il quale scatta un reciproco colpo di fulmine. Ma lui è proprio un membro della misteriosa setta alla base dei recenti casi di cronaca, e questo non farà che complicare inevitabilmente le cose.

Berlin Nobody: una fede senza compromessi – recensione

Un thriller psicologico che cerca di sfruttare una premessa intrigante, con tanto di riferimenti alle varie realtà complottiste, per addentrarsi nei meccanismi mentali della manipolazione collettiva, con i santoni o presunti tali che si fanno forza sul senso di solitudine e il bisogno di appartenenza dei loro seguaci. Seguaci che giurano assoluta fedeltà, trasformando un credo più o meno discutibile in una sorta di organizzazione criminale radicata ai più alti livelli, come nei peggiori incubi distopici.

La regista Jordan Scott, figlia di Ridley Scott, adatta il romanzo Tokyo di Nicholas Hogg e opta per un netto cambio di ambientazione, passando per l’appunto dal Giappone in terra tedesca. Ma qua troviamo già una pecca in questa scelta, giacché il libro era assai ben contestualizzato in una realtà come quella nipponica dove il suicidio è una piaga sociale ben consolidata, cosa che non si può dire invece nel Vecchio Continente.

Scelte facili e scontate

La sceneggiatura è così costretta a forzare la mano nell’imbastire una storia nella quale il vero pericolo è la fragilità con cui gli individui si lasciano sedurre dall’illusione di aver finalmente trovato il proprio posto nel mondo, in quella comunità che sembra pronta ad accoglierli salvo sfruttarli per loschi fini. E l’ora e mezzo di visione, durata breve che già fa comprendere molto sulle ambizioni del progetto, non fa che ripetere una formula vista più volte in produzioni di questo tipo, con il protagonista – interpretato da un monolitico Eric Bana – che si ritrova nell’occhio del ciclone quando il destino della sua stessa figlia è messo a rischio.

Berlin Nobody cerca di unire dinamiche da dramma familiare, una tensione da thriller di genere post-2000, un’indagine psicologica più o meno approfondita e una riflessione sul bisogno di essere amati. Il risultato è fallimentare e spreca anche la partecipazione nel ruolo di Mazzy della ormai lanciatissima Sadie Sink, star di Stranger Things che ha ormai spiccato il volo a Hollywood.

Conclusioni finali

Una setta che chiede ai propri adepti di prestarsi al sacrificio estremo, uno psicologo americano all’estero e una figlia adolescente ancora scossa dalla separazione dei genitori. Carne al fuoco ce n’era parecchia in Berlin Nobody, ma l’ora e mezza di visione cede a molteplici forzature e inverosimiglianze, riducendo tematiche complesse a superficiali svolte di genere.

Il secondo lungometraggio della figlia d’arte Jordan Scott porta sullo schermo il romanzo Tokyo di Nicholas Hogg, la cui originaria ambientazione nipponica appariva più consona al tema dei suicidi collettivi al centro del racconto, qui trasposto e radicalizzato nel contesto tedesco. E qualche discreto spunto che si intravede qua e là si smarrisce in una tensione di routine, tra colpi di scena telefonati e personaggi privi di una precisa personalità.

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