Ospite del Giffoni Film Festival, Benedetta Porcaroli si racconta tra crescita personale, nuove sfide professionali e il valore dei sogni in un momento storico segnato dall’incertezza. L’attrice parla dell’esperienza internazionale in The Gentlemen, del rapporto con i giovani e della precarietà che caratterizza il mestiere dell’attore.
Intervista a Benedetta Porcaroli
Benedetta, benvenuta a Giffoni. Che momento stai vivendo, sia dal punto di vista personale che professionale?
«Direi un momento di passaggio. Ho scoperto che i 28 anni possono essere quasi traumatici quanto i 14, anche se in modo completamente diverso. Per la prima volta sento davvero di stare crescendo. Mi rendo conto di molte più cose rispetto al passato e sto vivendo una fase di cambiamento. Da una parte sono felice perché riconosco tutto il lavoro fatto finora e il percorso costruito in questi anni. Dall’altra sento il bisogno di crescere ancora, di trovare nuovi stimoli, nuove fonti di ispirazione e di rinnovare il senso del nostro mestiere. È un lavoro che richiede una continua ricerca personale. Sto cercando di capire quale sia la direzione che mi ispira di più.»
Guardando al futuro, ti vedresti anche in televisione, magari alla conduzione di un programma o persino del Festival di Sanremo?
«No, rimarrei fedele al mio settore. Ho il massimo rispetto per il lavoro della televisione, ma è un mestiere diverso dal mio. Sono convinta che sia importante fare ciò per cui si è più portati. Per il momento mi sento ancora perfettamente a mio agio nei panni di attrice.»
Ti abbiamo vista nel trailer di The Gentlemen. Cosa puoi raccontarci di questa esperienza internazionale?
«Purtroppo posso dire ancora molto poco perché c’è un embargo sulle informazioni che verranno diffuse a breve. Posso però dire che la serie uscirà a settembre e che per me è stata un’esperienza meravigliosa. Ho lavorato a lungo in inglese e questo mi ha permesso di confrontarmi con una cultura diversa e con un cast internazionale in cui, a un certo punto, ero l’unica italiana. È stata un’esperienza molto formativa sia dal punto di vista professionale che personale.»
E com’è stato lavorare con Theo James?
«Su Theo James c’è davvero poco da aggiungere: è stato un piacere.»
Il tema di questa edizione di Giffoni è “The Impossible Things”. Che rapporto hai con i giovani e con il concetto di impossibile?
«Il mio rapporto con i giovani è viscerale. Li sento molto vicini e percepisco che loro riconoscono quando qualcuno è davvero interessato a loro. Io lo sono. Mi piace ascoltarli, capire cosa pensano e confrontarmi con loro, perché credo che rappresentino il punto di partenza di tutto. Se viene meno questo, viene meno una parte fondamentale della società.»
«Per quanto riguarda le cose impossibili, sono piuttosto testarda. Quando qualcuno mi dice che una cosa è impossibile, la mia reazione istintiva è chiedere: “In che senso?”. Cerco sempre di andare avanti. Certo, esistono anche cose impossibili, ma credo che non siano quelle di cui dovremmo preoccuparci.»
Qual è, secondo te, il potere del cinema nel rendere possibile l’impossibile?
«Un film che amo molto e che racconta perfettamente questo concetto è Fitzcarraldo di Werner Herzog. Racconta la storia di un uomo che tenta di portare una nave oltre una montagna. Già solo descriverlo sembra assurdo. Eppure il film ci mostra che la volontà può spingersi oltre limiti che sembrano invalicabili. Credo che la volontà sia la cosa su cui dovremmo concentrarci maggiormente. Non penso esista qualcosa di davvero impossibile per chi la desidera profondamente.»
«Viviamo in un’epoca in cui sembra facile rinunciare, lasciar perdere. Mi piacerebbe invece che continuassimo ad avere fondamenta solide e sogni per cui vale la pena lottare.»
Molti tuoi colleghi parlano della precarietà del mondo dello spettacolo. Tu come la vivi?
«È un mestiere totalmente precario. In questo momento, per esempio, non sto lavorando e quindi, come molti colleghi, sono disoccupata. È una sensazione che accompagna costantemente chi fa questo lavoro, perché non sai mai cosa accadrà dopo. Devi imparare a navigare a vista.»
«Probabilmente stiamo vivendo uno dei momenti più difficili degli ultimi anni e mi auguro davvero che si possano trovare soluzioni per il settore. Ma esiste anche una precarietà dell’immaginazione, della prospettiva e della capacità di sognare il futuro. È quella che andrebbe protetta maggiormente, perché è ciò che alimenta il desiderio e l’entusiasmo di fare questo mestiere.»
«Per fare cinema servono due attori e una stanza. L’importante è che quell’opportunità non venga mai meno. Il cinema racconta la società, racconta gli esseri umani e ci permette di guardarci attraverso occhi diversi. Senza questo, ci sarebbe molto meno da comprendere e soprattutto molto meno da sognare.»
Tra le serie e i progetti che hai interpretato, quale vorresti vedere continuare con una nuova stagione?
«Direi Il Gattopardo. Mi sarebbe piaciuto vedere svilupparsi ulteriormente quel racconto di emancipazione femminile nell’Ottocento e scoprire dove sarebbe arrivato il mio personaggio. Tra tutti i lavori che ho fatto, è quello che avrebbe avuto ancora molte strade da esplorare.»