Ospite dei Nations Award di Taormina, Barbara Tabita si racconta a noi di SuperGuidaTV tra carriera, radici siciliane e nuovi obiettivi professionali. L’attrice ripercorre l’esperienza sul set di Sicilia Express, parla della battaglia contro la malattia e riflette sulla precarietà del mestiere dell’attore, che definisce con ironia “un fidanzato traditore”.
Intervista a Barbara Tabita
Barbara Tabita, benvenuta su SuperGuidaTV. Che momento è questo della tua carriera?
“È un momento di maturità. Oggi cerco ruoli più intensi, più adulti, anche perché un attore segue inevitabilmente il passare del tempo, soprattutto nel cinema. In teatro, invece, si è quasi senza età: puoi permetterti di interpretare Giulietta anche a trent’anni. Il cinema, però, desidera la verità e quindi questo è per me un periodo di crescita, sia personale che attoriale.”
Siamo qui nella splendida cornice di Taormina per i Nations Award. Che rapporto hai con la Sicilia, una terra che fa parte delle tue radici?
“Come hai detto tu, è nel mio sangue. Sono riconosciuta e riconoscibile come attrice siciliana e ne sono sempre stata orgogliosa. Nella vita quotidiana continuo a mantenere il mio accento perché trovo che l’autenticità della nostra lingua e del nostro modo di esprimerci sia qualcosa di meraviglioso. Se gli italiani gesticolano, noi siciliani li superiamo. Noi isolani sentiamo profondamente questa appartenenza e ce la portiamo dentro per tutta la vita.”
Parlando di Sicilia, sei stata protagonista di Sicilia Express. Com’è stato lavorare a questo progetto con Ficarra e Picone?
“Anche qui torna il tema della maturità. Vent’anni fa interpretavo la fidanzata di Picone, oggi interpreto sua moglie: si cresce, si matura e alla fine ci si sposa. Lavorare con Ficarra e Picone è sempre come tornare in famiglia. Fin dal nostro primo incontro, vent’anni fa, si è creato un legame speciale. Quando scrivono un personaggio per me, riesco quasi a sentire la mia voce nelle battute, perché conoscono perfettamente i miei tempi comici. La comicità è molto più complessa di quanto sembri. Ha una struttura quasi musicale che va rispettata. Far ridere sembra facile, ma in realtà è una delle cose più difficili da fare. Fortunatamente ci siamo riusciti e ci siamo divertiti moltissimo anche noi durante le riprese.”
Hai raccontato pubblicamente gli anni difficili della tua malattia. Cosa ti hanno insegnato?
“Mi hanno insegnato che si può sempre ripartire. Questa è la lezione più importante. Ho imparato anche ad avere una fiducia assoluta nella medicina e nei medici. A volte serve soltanto tempo. Fortunatamente la ricerca sta facendo passi avanti straordinari in tutti i campi. Il mio vuole essere un messaggio di speranza per chi oggi convive con una malattia che ancora non ha una soluzione definitiva. Io la mia l’ho trovata dopo sette anni grazie alle terapie monoclonali, che vent’anni fa non esistevano. Sono cure che sono state sviluppate e perfezionate negli ultimi anni e che oggi stanno aiutando moltissime persone. Per questo ringrazio sempre la medicina e chi lavora ogni giorno nella ricerca.”
Vorrei concludere parlando della precarietà nel mondo dello spettacolo. Molti tuoi colleghi ne hanno discusso recentemente. Qual è il tuo punto di vista?
“È un lavoro precario, senza dubbio. Quando insegno ai ragazzi, la prima cosa che chiedo è: ‘Avete un piano B? State studiando? Avete altri interessi?’. All’inizio si è travolti da una passione enorme. Si studia continuamente, si vedono film, si cerca di migliorarsi ogni giorno. Però le occasioni di lavoro sono poche rispetto all’enorme numero di attori professionisti che esistono. Non è un mestiere sicuro e bisogna amarlo profondamente. Io lo paragono sempre a un fidanzato traditore: puoi aspettarti di tutto. Però sono trent’anni che faccio questo lavoro e ormai siamo una vecchia coppia. Ogni tanto mi ha tradito, ma è ancora qui con me.”