La comicità come strumento per raccontare se stessi, osservare la società e affrontare anche le contraddizioni del presente. È questo il filo conduttore della conversazione con Antonio Ornano, che il 26 ottobre salirà sul palco del Teatro Verdi di Sassari nell’ambito di Frequenze, la rassegna nata con l’obiettivo di creare un polo culturale innovativo in Sardegna, mettendo in dialogo linguaggi e discipline differenti.
Intervista ad Antonio Ornano
Dalla lunga esperienza tra teatro e televisione al dibattito sul politicamente corretto, passando per il rapporto con il pubblico, la libertà di espressione e i nuovi talenti della comicità, Ornano ripercorre le tappe del proprio percorso professionale e racconta che cosa continua ad appassionarlo del suo mestiere.
Nell’intervista a noi di SuperGuidaTV, il comico rivendica il valore del teatro come spazio di libertà, senza dimenticare la responsabilità che accompagna ogni parola pronunciata sul palco. E sul futuro della comicità italiana si dice ottimista: i talenti non mancano, anche se la televisione, a suo giudizio, non sempre riesce a intercettare tutta la vitalità che attraversa il settore.
Il 26 ottobre sarà al Teatro Verdi di Sassari per Frequenze. Che cosa porterà sul palco in questa occasione?
Porterò il mio punto di vista, cercando di raccontare le esperienze che mi sono capitate e il modo in cui le ho vissute. Mi interessa osservare quello che succede intorno a noi, capire che cosa merita di essere accettato e che cosa, invece, ci spinge a ribellarci. Cerco di farlo attraverso la mia esperienza personale, trasformandola in materiale per la comicità.
Quanto c’è della sua vita privata nei suoi spettacoli? Un’esperienza difficile o insolita può diventare uno spunto per far ridere il pubblico?
Assolutamente sì, ma c’è una differenza tra vivere un’esperienza e trasformarla in uno spettacolo: in mezzo c’è un lavoro. Anche le situazioni più delicate possono diventare materiale comico. Per esempio, soffro di colesterolo alto e ho utilizzato anche questa esperienza nei miei spettacoli, in maniera catartica.
Il nostro mestiere ha questa fortuna: attraverso la risata possiamo trovare una sorta di antidoto alle paure, anche se poi quelle paure, naturalmente, ritornano. Cerco di affrontare certe situazioni anche con cinismo, perché oggi è molto di moda il vittimismo e mi piace giocare proprio su questo aspetto.
Guardando indietro alla sua carriera, quando ha capito che la comicità poteva diventare il suo lavoro a tempo pieno?
Direi una decina di anni fa. Ho sempre creduto nel doppio binario: da una parte facevo comicità, dall’altra mantenevo il mio lavoro alla Confcommercio di Genova. Anche quando arrivavano delle soddisfazioni sul palcoscenico, continuavo a portare avanti entrambe le attività.
Poi, intorno al 2015-2016, dopo un’esperienza particolarmente positiva a Zelig, ho deciso di provarci davvero e di dedicarmi soltanto a questo mestiere. Probabilmente è stato quello il momento in cui ho capito che potevo fare della comicità la mia professione.
Tra teatro e televisione, qual è la dimensione in cui si sente più a suo agio? E quanto è diversa la libertà espressiva nei due contesti?
Il teatro è assolutamente la mia dimensione ideale. Questo non significa che io non ami la televisione: al contrario, è anche grazie alla televisione che riesco a realizzare il sogno che avevo da ragazzo, quello di fare l’attore e di portare i miei spettacoli in giro per i teatri.
Il teatro, però, ha tempi, spazi e un tipo di attenzione differenti. È un mezzo senza filtri, mentre la televisione è un mezzo di comunicazione nel quale devi tenere conto della presenza della telecamera. Per esempio, una telecamera appiattisce molto e il tipo di recitazione deve necessariamente adattarsi a questo aspetto.
Anche per quanto riguarda la libertà espressiva, credo che il teatro sia ancora uno spazio in cui si possa dire quello che si vuole, assumendosi naturalmente le conseguenze delle proprie parole. Spesso si pretende di poter esprimere liberamente le proprie opinioni, ma poi non si è altrettanto disposti ad accettare le reazioni di chi ascolta.
Si parla spesso di politicamente corretto e dei limiti che avrebbe imposto alla comicità, soprattutto in televisione. Che cosa ne pensa?
Credo che nel tempo abbiamo acquisito una maggiore consapevolezza su questioni importanti, ed è giusto interrogarsi su come ci si rapporta alle diverse categorie di persone. Il problema è trovare un equilibrio, senza rischiare di passare da un eccesso all’altro.
Siamo in un periodo in cui sembra che non venga più perdonato nemmeno l’errore più banale. A volte una sciocchezza commessa da una persona finisce per mettere in discussione tutto quello che ha fatto in precedenza, e questo può diventare un limite anche per la nostra evoluzione.
Perché è importante, invece, lasciare spazio alla possibilità di sbagliare?
Perché, se non siamo liberi di sbagliare, non siamo liberi di creare e nemmeno di migliorare. Credo che questo sia un passaggio fondamentale. Naturalmente, non significa sottrarsi alle proprie responsabilità, ma riconoscere che l’errore fa parte di qualsiasi percorso di crescita.
Viviamo in un periodo in cui siamo continuamente esposti a notizie, polemiche e dibattiti, soprattutto sui social. C’è ancora spazio per una comicità capace di raccontare l’attualità con intelligenza, senza limitarsi alla provocazione?
Sì, assolutamente. Ci sono tantissimi comici, anche giovani, che hanno talento e che si rivolgono a un pubblico attraverso i social o altri canali. Non bisogna pensare soltanto alla televisione come luogo in cui si può costruire un rapporto con gli spettatori.
Oggi esistono tante possibilità per raggiungere il pubblico e per raccontare la realtà attraverso linguaggi differenti. La comicità continua a trovare nuovi spazi e nuove forme di espressione.
Dopo tanti anni di carriera, che cosa la incuriosisce ancora e quali nuove sfide vorrebbe affrontare?
Mi interessa continuare a imparare e mettermi alla prova, soprattutto come attore, confrontandomi con stili e progetti che mi entusiasmano. Mi piacerebbe sperimentare ancora, anche attraverso esperienze teatrali diverse da quelle che ho fatto finora.
Il teatro rimane il mio primo amore e vorrei continuare a esplorarne le possibilità. Sono stato fortunato perché ho potuto lavorare anche in spettacoli che univano teatro e televisione, ma mi piacerebbe tornare a confrontarmi con una dimensione teatrale ancora diversa.
Nel corso della sua carriera ha partecipato a programmi come Zelig, Colorado, Quelli che il calcio, fino alle esperienze più recenti. Quanto hanno contribuito la televisione e questi programmi alla sua crescita artistica?
La televisione è stata fondamentale nel mio percorso. Ho sempre cercato di mantenere un doppio binario, portando avanti anche il mio lavoro alla Confcommercio di Genova, finché, intorno al 2015-2016, dopo un’esperienza particolarmente bella a Zelig, ho deciso di dedicarmi completamente alla comicità. La televisione mi ha dato visibilità e mi ha permesso di arrivare a un pubblico più ampio, ma il teatro resta la dimensione in cui mi sento più a mio agio e nella quale riesco a esprimermi pienamente.
Come giudica lo stato di salute della comicità in Italia?
Secondo me è ottimo. Ci sono tantissimi comici della nuova generazione che sono bravissimi. Mi vengono in mente Luca Ravenna, Angelo Pintus, Vincenzo Comunale, oltre a tanti altri artisti che stanno portando avanti percorsi interessanti.
Ci sono anche colleghi della mia generazione che continuano a ottenere risultati importanti. Penso, per esempio, a Luca Bizzarri e a molti altri professionisti che hanno contribuito a rendere vivace la scena comica italiana.
C’è un grande fermento e sono molto ottimista. Forse la televisione ha qualche difficoltà in più a intercettare tutto questo talento, ma la comicità non si esaurisce certamente in quello che passa sul piccolo schermo.
Ci sono artisti che hanno influenzato il suo modo di fare comicità o che considera dei punti di riferimento?
Essendo ligure e genovese, Beppe Grillo è inevitabilmente un riferimento che fa parte del mio immaginario, anche se ho sempre cercato di non imitarlo. Mi piacciono molto anche Antonio Albanese e Paolo Rossi, oltre a Robin Williams quando si esibiva sul palco con i suoi spettacoli di stand-up comedy.
Potrei andare avanti a lungo, perché ci sono tantissimi comici straordinari. Credo che proprio questa ricchezza di stili e personalità sia uno degli aspetti più belli del nostro mestiere.









