Nunzia, giovane siciliana fuori sede a Roma, si ritrova ad affrontare da sola una gravidanza indesiderata. Quando scopre che il limite di tempo entro il quale poter abortire è scaduto, si trova di fronte a una decisione impossibile da prendere, per il bene suo e quello della nascitura.
Nel frattempo Amata racconta una storia parallela, ovvero quella di Maddalena, stimata ingegnere che con il marito Luca, affermato pianista, è reduce da anni di tentativi falliti, aborti, cliniche e silenzi di coppia: una routine che diventa, giorno dopo giorno, sempre più pesante. E che in seguito all’ultimo mancato concepimento rischia di incrinare definitivamente il loro legame. Le vicende delle due donne, apparentemente così distanti, finiranno per intrecciarsi nel solo modo possibile.
Amata: il peso delle scelte – recensione
Adattamento dell’omonimo romanzo di Ilaria Bernardini, qui anche nelle vesti di sceneggiatrice, Amata pone l’attenzione sulle cosiddette culle della vita, strutture moderne che sono andate a sostituire la “ruota degli esposti” e che permettono alle neo-madri in difficoltà di lasciare i neonati in anonimato, garantendo al contempo la protezione del bambino.
D’altronde il film parte con una citazione in apertura, “Alla nascita di un bimbo il mondo non è mai pronto»: parole di Wisława Szymborska, dalla poesia Un racconto iniziato, e la regista Elisa Amoruso le usa come bussola etica dell’intera operazione.
Alla base vi è un dato statistico chiaro: nel nostro Paese, ogni anno, trecento neonati non vengono riconosciuti alla nascita. Si è scelto di farne prima un libro e ora un film che sulla carta avrebbe dovuto rinunciare alla retorica del giudizio, salvo scadere in un altro tipo di retorica ben più invasiva.
Nel cuore del dramma
Melodramma a tratti esasperato in novanta minuti che sembrano il doppio, Amata non trova il modo per uscire dal vicolo cieco emotivo in cui la narrazione si va a instradare, andando a insistere sul tema della premessa con tale monotonia che tutto il resto è praticamente accessorio quando non inutile. Il dispositivo narrativo è estremamente geometrico: il montaggio alterna le vicende di Nunzia, origini siciliane e figlia del popolo in cerca del suo posto nel mondo in una Roma assimilante, e della famiglia borghese che abita e vive i salotti bene della capitale.
Due inaspettate facce della stessa medaglia, che sulla carta promettevano attrito e tensione, ma che si risolvono in una serie di litigi o pianti che vengono esposti in maniera fin troppo didascalica, sacrificando i non detti in favore di una facilità di fruizione che toglie però anche coraggio e personalità al racconto e ai suoi tormentati personaggi.
Le battute traducono in parola sentimenti già espressi dal corpo delle attrici, con domande che nessuno si porrebbe con quella precisione chirurgica nella vita reale, lasciando a loro il compito di infondere un minimo di cuore ai relativi alter-ego. Va meglio a Tecla Insolia, che offre il giusto, ambiguo, tormento a Nunzia, mentre Miriam Leone si trova a fare i conti con una figura schiava degli stereotipi e di quel mondo dove ricchezza non fa rima con felicità.
Conclusioni finali
Va dato atto ad Amata di affrontare la maternità nelle sue declinazioni più scomode, ma la narrazione e relativa messa in scena pagano un’eccessiva pesantezza nella psicologia delle protagoniste, due donne agli antipodi che non si incrociano mai salvo essere legate dal cuore stesso del racconto.
Didascalico e incapace di uscire dagli schemi imposti dall’opera alla base, l’omonimo romanzo, il film pone l’accento sulle gravidanze indesiderate e sulle culle della vita, finendo per tradire le proprie immagini con parole di troppo, per calcare la mano su quel dramma che per quanto reale avrebbe necessitato di maggior introspezione e meno retorica strappalacrime.