“A Knight of the Seven Kingdoms”, intervista esclusiva a Bertie Carvel

Bertie Carvel

L’universo di Game of Thrones continua ad ampliarsi, ma sceglie questa volta di allontanarsi dai giochi di potere e dalle grandi guerre per raccontare una storia più raccolta e umana. Dal 19 gennaio 2026 è arrivata anche in Italia su HBO Max “A Knight of the Seven Kingdoms”, nuovo prequel tratto dall’immaginario di George R. R. Martin. La serie è ambientata circa cento anni prima de Il Trono di Spade e settant’anni dopo House of the Dragon, collocandosi come snodo narrativo tra le due saghe. A colpire fin da subito è la scelta di una scala più ridotta, che privilegia il viaggio e i personaggi rispetto allo spettacolo bellico. Gli episodi sono sei e adattano Il Cavaliere Errante, la prima novella dedicata alle avventure di Dunk ed Egg. Protagonista è Ser Duncan l’Alto, interpretato da Peter Claffey, uno scudiero che, rimasto solo, decide di spacciarsi per cavaliere e mettersi alla prova in un torneo. Durante il cammino incontra Egg, un giovane ragazzo interpretato da Dexter Sol Ansell, che diventa il suo improbabile scudiero. Il rapporto tra i due è il vero centro emotivo della serie. Dunk emerge come un eroe insolito per Westeros: onesto, ingenuo e guidato da un forte senso morale, in netto contrasto con il mondo duro e cinico che lo circonda.

“A Knight of the Seven Kingdoms”, intervista esclusiva a Bertie Carvel

Noi di SuperGuida TV abbiamo video intervistato in esclusiva Bertie Carvel. L’attore ha dichiarato di essere un fan della serie de “Il trono di spade”: “Quando ho visto la prima stagione, sono corso a comprare tutti i libri e li ho divorati: li ho amati profondamente. Solo dopo sono tornato a guardare il resto della serie. Sono cresciuto leggendo romanzi fantasy e passando i fine settimana a fare giochi di ruolo dal vivo, interpretando personaggi di mondi immaginari molto complessi. Quello che mi ha sempre colpito della scrittura di questo universo è il modo in cui riesce a combinare gli elementi classici del fantasy con un realismo autentico, credibile, quasi brutale, che ho trovato emozionante e sorprendentemente maturo. Quando ho letto le sceneggiature di questa serie, non avevo ancora letto i racconti originali su cui si basano, ma ciò che mi ha conquistato è stato il contrasto tra il mondo adulto, pragmatico, amaro e cinico di Westeros e una sorta di richiamo più puro, quasi infantile: il suono delle trombe, l’idea che possano esistere ancora l’eroismo e la bontà. Mi è sembrato importante raccontare una storia che dimostri come questi valori non siano incompatibili con un mondo duro e crudele. Soprattutto oggi, guardandoci intorno e vedendo una realtà sempre più oscura, quel richiamo diventa significativo: forse è davvero importante ciò che fanno le persone comuni”. 

Bertie interpreta l’erede al Trono di Spade Baelor Targaryen: “Mi ha attirato molto la possibilità di interpretare un personaggio che non è definito da un solo tratto. In fondo, nessuno di noi lo è davvero. Credo che siano le azioni a definirci, che il carattere coincida con il comportamento e che, in ogni momento, esista sempre la possibilità di scegliere una direzione piuttosto che un’altra. Per questo trovo stimolanti i personaggi imprevedibili, quelli di cui non sai mai fino in fondo cosa faranno. È un Targaryen, un sovrano che deve confrontarsi con le responsabilità della realpolitik: sarà il leader duro e spietato che ci si aspetta da quel nome? Allontanerà Ser Duncan? Si rifugerà nella lealtà familiare o darà invece valore alla verità e all’onore? È proprio questa incertezza, questa tensione continua, che permette di tenere il pubblico in equilibrio, e per me è una sfida estremamente divertente da affrontare”. 

L’attore ha rivelato qual è stata la scena più difficile da girare: “La maggior parte delle scene è stata girata in location reali: quello che si vede sullo schermo esisteva davvero. È stato un lavoro di costruzione straordinario, con l’intero torneo ricreato da zero: le liste, lo stadio, i padiglioni, le tende, tutto montato fisicamente ad Ashford, in una location incredibile. Abbiamo passato moltissimo tempo seduti nelle tende ad aspettare che la luce fosse giusta, indossando armature pesanti, pronti a essere issati a cavallo con l’argano e poi lanciati al galoppo. In certi momenti sembrava davvero di vivere come un cavaliere medievale. È sempre una sfida, perché il cinema è fatto soprattutto di attese e bisogna restare pronti. Un po’ come per un atleta: arrivare alla linea di partenza nella giusta condizione è spesso più difficile che correre la gara. Sul set la vera difficoltà è mantenere quello stato di prontezza, così che quando qualcuno dice “azione” tu sia immediatamente dentro la scena, nella storia e nell’emozione giusta. E questo può accadere in qualsiasi momento, più e più volte. Gli spazi vuoti, i tempi morti, sono la parte più impegnativa: è facile distrarsi. Spesso mi chiedono se siano successe cose divertenti sul set, ma per me poche, perché preferisco restare concentrato. C’è chi riesce a farlo scherzando, io invece tendo a rimanere fermo, in attesa. In questo senso il personaggio mi ha aiutato molto: ha una pazienza e una immobilità profonda che trovo affascinanti. Ed è forse il tipo di leadership seria e riflessiva che vorrei vedere più spesso”. 

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Mi chiamo Giulia e sono nata a Roma il 23 febbraio 1990. Amo scrivere e il mondo dello spettacolo è la mia passione. Oltre alla scrittura, sono una divoratrice di libri e mi diverto a strimpellare al pianoforte. Collaboro per alcuni settimanali per cui realizzo interviste a personaggi famosi. Comunicare mi ha aiutato a superare il blocco della timidezza e ad acquistare maggiore sicurezza. Apprezzo le persone umili e sincere e detesto invece le persone vigliacche. Un’altra mia grande passione è la danza classica che ho studiato sin da quando ero bambina. Il mio sogno più grande l’ho realizzato qualche anno fa entrando al Teatro La Scala nel giorno del mio compleanno. Vedere ballare insieme i miei due idoli della danza, Roberto Bolle e Svetlana Zackarova, è stata un’emozione incredibile.