Carlos Estrada, soprannominato Toro, è il leader di un team delle forze speciali messicane, rispettato profondamente dai suoi compagni d’armi. Un giorno è testimone del brutale assassinio della moglie per mano di spietati sicari, collegati a una rete di corruzione istituzionale che arriva in alto, molto in alto. Lui stesso sopravvive miracolosamente all’assalto e giura Vendetta.
A sei mesi da quel drammatico evento il protagonista si trascina tra i bar di periferia, con l’alcool quale unico compagno, quando un colpo di fortuna lo trasforma in milionario: si trova infatti in possesso del biglietto vincente della lotteria nazionale. Quella inaspettata fortuna viene spesa in un vero e proprio arsenale, con il quale intende farla pagare a chi gli ha rovinato la vita per sempre. Ma per completare la sua missione avrà bisogno dell’aiuto dei più fidati commilitoni di un tempo, scoprendo inoltre di non potersi fidare di nessuno.
Vendetta, tremenda vendetta – recensione
Una squadra di uomini legati da un legame profondo legame, prossimi a unire le forze per innescare una macchina da guerra mai vista prima, al servizio di una vendetta metodica e sanguinosa. Il tutto condito da una critica – più superficiale che effettivamente approfondita in fase di sceneggiatura – al sistema corrotto delle istituzioni messicane, che qui fornisce i villain e il sottotesto politico senza però mai trasformarsi in una pagina di autentica denuncia.
Il cinema locale ha provato più volte a dire la sua nell’inflazionato filone degli action movie, ritrovandosi a fare spesso i conti con risultati modesti e budget raramente all’altezza delle ambizioni di partenza. Vendetta è un tentativo di genere tra i più costosi mai realizzati a quelle latitudini: prima produzione originale messicana nata dall’alleanza tra Amazon MGM Studios e Cinépolis Distribución, lanciata in sala il 26 febbraio 2026 prima di approdare su Prime Video nel resto del mondo.
L’arte della lotta
Il regista Rodrigo Valdes, al suo esordio nel lungometraggio, dirige il film sapendo perfettamente qual è il suo principale valore aggiunto, ovvero le sequenze d’azione. Le coreografie sono infatti ad opera di Diyan Hristov, stuntman e coordinatore che ha lavorato in John Wick – Capitolo 2 (2017), e il debito verso il franchise cult con Keanu Reeves è tanto evidente quanto onestamente dichiarato.
I combattimenti sono costruiti tramite brevi piani sequenza o scambi rapidi a seconda dell’occasione, potendo contare su una fisicità rocciosa, con i colpi che “fanno male” e che mostrano un notevole impegno atletico da parte del cast, con sangue e ossa rotte a innescare una scia di violenza piacevolmente esagerata.
Se il divertimento a tema è quindi di discreto livello, la principale pecca di Vendetta rimane nella sua trama sin troppo elementare, che si affida a numerose forzature e giravolte per portare i personaggi di qua e di là, preparando il banchetto per quella resa dei conti finale che tutti aspettavano. In molte occasioni le trame di produzioni omologhe non brillano per originalità, ma il fatto che qui il racconto si prenda anche abbastanza sul serio è un punto a sfavore in una gestione degli eventi che nell’ultimo terzo, con l’assalto al grattacielo, ricorda la sfida improba dei protagonisti di The Raid (2011), film che rimane però su ben altri livelli.
Conclusioni finali
Inseguimenti su quattro ruote, botte da orbi, tradimenti, sangue a go-go: la più classica Vendetta in un film che d’altronde la porta fin nel titolo. Il Messico prova a dire la sua nell’action movie contemporaneo, con coreografie figlie di John Wick e una violenza sanguigna che punta a esaltare il lato ludico, nel tentativo di colmare le falle di una narrazione approssimativa.
Villain di cartapesta difesi da decine di scagnozzi/bot che cadono al primo colpo, tradimenti e colpi di scena piatti: le vie del revenge movie non sono infinite e vengono seguite pedissequamente, senza alcuna originalità. Mentre il protagonista procede imperterrito, ferita dopo ferita, è la storia a vacillare.