Una di famiglia – The Housemaid: la casa delle bugie, tra eros, misteri e colpi di scena – Recensione

Una di famiglia

Millie Calloway, la protagonista di Una di famiglia – The Housemaid, è una ragazza in libertà vigilata, senza soldi e senza prospettive certe davanti a sé, che più per necessità che per volontà accetta un impiego come domestica a tempo pieno presso la facoltosa famiglia Winchester. Da un giorno all’altro si trova catapultata in una lussuosa dimora nella tranquilla comunità di Great Neck, a Long Island.

La magione è enorme, il capofamiglia Andrew è un uomo gentile e incredibilmente affascinante, ma ben presto Millie comincia a notare diverse stranezze tra le mura domestiche. Non soltanto la figlioletta della coppia è stranamente taciturna, ma anche Nina, la moglie di Andrew, nasconde dietro un’apparenza di perfezione diversi lati oscuri, che non tarda a manifestare apertamente. Per la nuova arrivata non sarà per nulla semplice gestire le bizze della padrona di casa, che comincia a vederla come una potenziale minaccia per il suo matrimonio.

Una di famiglia: dentro e fuori – recensione

Il romanzo di Freida McFadden, pubblicato nel 2022 e diventato in breve tempo un fenomeno editoriale con milioni di copie vendute e tre seguiti già usciti, è il tipo di lettura da consumare velocemente: ritmo sostenuto, colpi di scena esagerati, personaggi abbozzati ma funzionali garantiscono una tensione narrativa a prova di grande pubblico.

Ad adattarlo sul grande schermo troviamo un regista atipico come Paul Feig, specializzato in opere solitamente leggere – basti pensare al controverso Ghostbusters (2016) al femminile o al più riuscito comedy-mistery Un piccolo favore (2018) tra i tanti – e qui alle prese con una sorta di satira del genere più o meno voluta. Una di famiglia – The Housemaid va infatti preso come una sorta di farsa estremizzata, il solo modo per entrare nelle dinamiche del racconto e giustificare le due ore e rotti passate davanti allo schermo per completare la visione.

Dimmi chi sei e ti dirò il finale

Quando in un racconto le svolte diventano troppo palesi, è facile intuire che siano in realtà false piste, atte a preparare quel senso di sorpresa all’inevitabile, clamoroso, colpo di scena. Colpo di scena che non a caso arriva nell’ultimo terzo, rivoluzionando l’impianto base con alcuni flashback e voice-over che ci mostrano la vera natura dei personaggi e il perché dei loro comportamenti. Ci vuole una certa sospensione dell’incredulità per credere a suddette rivelazioni, che instradano il film verso l’effettiva resa dei conti e un epilogo sottolineante la solidarietà femminile nell’era post #MeToo.

Con il nostro Michele Morrone nel ruolo quanto mai bizzarro del giardiniere Enzo e il piacione Brandon Sklenar in quello del “rassicurante” marito e padre, il vero confronto si gioca tra le due figure femminili, interpretate con la giusta dose di malizia e isteria da Amanda Seyfried e Sydney Sweeney, quest’ultima pronta a concedersi più corpo che anima in un paio di sequenze “hot”.

Stanze chiuse, suocere arcigne, amiche di famiglia snob, passioni pronte ad esplodere, schizzi di violenza improvvisa e così via fanno di Una di famiglia – The Housemaid una pellicola che non ha paura di cadere soventemente nel ridicolo, più o meno ricercato va detto, ma non comprende bene fin dove spingersi, nel tentativo di restare comunque appetibile a un target il più vasto possibile. Una scelta che ha pagato, almeno al botteghino, con un incasso worldwide di oltre quattrocento milioni di dollari – il budget era di soli 35 – che ha già dato il via alla realizzazione di un sequel con gli stessi nomi coinvolti.

Conclusioni finali

Di chi potersi fidare, se la sceneggiatura stessa – e il romanzo alla base – si basano proprio sull’inganno di fondo, in una sorta di parodia più o meno ragionata dei thriller domestici, con un pizzico di eros a far capolino qua e là? Chi si conquisterà le simpatie del pubblico tra le bionde antagoniste di Sidney Sweeney e Amanda Seyfried?

Una di famiglia – The Housemaid è un film che non va troppo per il sottile, esasperando colpi di scena e dinamiche interpersonali all’eccesso, con tutte le conseguenze del caso, fino a quel cambio di prospettiva e relativi punti di vista che ci trascina verso un epilogo che ricorda non poco un precedente film del regista Paul Feig, ovvero Un piccolo favore (2018). Peccato che a tratti la messa in scena sembri vivere di compromessi, senza mai addentrarsi pienamente nel grottesco e in quello sprezzo del ridicolo che emerge soltanto a fiammate.