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Touch: una storia d’amore che scava nei ricordi – Recensione

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Kristófer è un vedovo settantenne, proprietario di un piccolo ristorante nei pressi di Reykjavík, che inizia a essere affetto da pesanti problemi di memoria. Proprio per questo ritiene sia giunto il momento per affrontare delle questioni irrisolte legate al suo lontano passato e alla figura del suo primo grande amore. Era il 1969 quando il protagonista di Touch, giovane idealista alla London School of Economics, abbandonò gli studi per lavorare come lavapiatti al Nippon, ristorante giapponese gestito dallo chef Takahashi-san.

Lì ebbe modo di conoscere Miko, la figlia del capo, con la quale scattò una sorta di reciproco colpo di fulmine, una relazione clandestina che terminò bruscamente, in circostanze mai del tutto chiarite e accettate da Kristófer, quando lei scomparve senza spiegazioni facendo ritorno in Giappone. Ora la missione dell’uomo è chiara, ritrovarla prima che la sua mente dimentichi tutto e scoprire i motivi del suo allontanamento.

Touch: prima che sia troppo tardi – recensione

A cinquant’anni di distanza una ricerca che si carica ovviamente di malinconia e di spunti di riflessione sulle occasioni perdute, su quei bivi che la vita ti mette davanti e che ti portano a percorrere altre strade, abbandonando quelle ormai date per certe e condivise.

Baltasar Kormákur, regista islandese dalla filmografia quanto mai eterogenea – da thriller hollywoodiani a drammi intimisti girati in patria fino a storie spettacolari e tragiche – dimostra nuovamente di possedere una notevole sensibilità per raccontare storie a forte impatto emotivo. La figlia gli aveva regalato il romanzo Sotto la pioggia gentile di Ólafur Jóhann Ólafsson e lui, affascinato dal materiale, ha deciso di trasporlo sul grande schermo, con l’intento di attrarre il grande pubblico grazie a una storia romantica a spasso tra i decenni.

Un viaggio non soltanto nel tempo ma anche tra le culture, con questa passione interrazziale che affronta anche drammi privati e personali come la perdita della memoria, condizione che complica ulteriormente l’impresa del protagonista. Che deve già fare i conti con un nemico globale, giacché il racconto è ambientato in piena epoca Covid, con le mascherine e le restrizioni che rendono ancora più difficile il tentativo di Kris di ritrovare l’amata perduta.

Le vie del dramma

Le fasi ambientate nella giovinezza, che si alternano continuamente al presente in un flusso relativamente armonico, possono contare su una fotografia dai toni caldi e soffusi, che contrastano con lo stile più freddo per le scene nel nuovo millennio, distinguendo di fatto l’età della primavera dall’arrivo dell’autunno di un’esistenza che comunque non ha ancora smesso di sognare.

D’altronde ciò che scongiura il film dal rischio di una melassa lacrimevole fine a se stessa, che ripercorre anche la tragedia dei bombardamenti atomici in Giappone, è l’approccio misurato sia nella regia e nelle interpretazioni. Egill Ólafsson – attore/cantante islandese che ha un incredibile parallelismo con il personaggio in quanto ha ricevuto una diagnosi di Parkinson nel 2022 e poteva lavorare sul set soltanto poche ore al giorno – porta un’avvolgente nostalgia. Mentre invece i giovani innamorati possono contare sulla freschezza di Pálmi Kormákur, figlio del regista al primo ruolo di rilievo, e della modella e cantante giapponese Koki: la chimica tra i due è palpabile e rende credibili i loro struggimenti.

Manca giusto qualche guizzo per rendere le due ore di visioni veramente memorabili, ma critica e pubblico hanno apprezzato Touch, tanto che è stato candidato agli Oscar per il miglior film straniero, senza però entrare poi nella cinquina finale. E le emozioni certamente non mancano per un pubblico pronto a farsi trasportare in una storia d’amore che supera confini ed epoche.

Conclusioni finali

Un dramma romantico che attraversa decenni e continenti con una sensibilità delicata e che schiva per buona parte la retorica strappalacrime gratuita. Eppure Touch a tratti riesce a commuovere nella storia di questo vedovo islandese settantenne che decide di mettersi sulle tracce del suo primo amore, una ragazza giapponese conosciuta a Londra mezzo secolo prima.

Due timeline che si incrociano, il 1969 e il 2020 con il Covid quale ulteriore ostacolo, che Baltasar Kormákur armonizza con un certo equilibrio, anche a costo di qualche potenziale tempo morto qua e là in due ore di visione che svolgono il loro compito emozionale con solidità, tenendo alto l’interesse nella missione privatissima e struggente del testardo ma risoluto protagonista.

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