Nel 1942, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, la Svezia è un Paese neutrale. Gösta Engzell è a capo del dipartimento legale del Ministero degli Esteri e quando le leggi sull’immigrazione iniziano a negare un potenziale rifugio agli ebrei norvegesi in fuga dalle deportazioni naziste, insieme al suo team comincia a creare delle potenziali eccezioni, nella speranza di concedere asilo a più persone possibili.
Il protagonista di The Swedish Connection comincia così a inventarsi scappatoie burocratiche sempre più fantasiose, interpretando i regolamenti a convenienza e attirandosi spesso le antipatie dei superiori, timorosi che la Germania possa vedere tali decisioni come un affronto diretto. Ciò che era infatti cominciato come una pratica riservata a singoli casi rischia di ampliarsi sempre di più, con conseguenze imprevedibili per tutti i coinvolti.
The Swedish Connection: un rischio calcolato – recensione
Sulla carta e nelle intenzioni ci troviamo davanti ad un’operazione che vorrebbe replicare quanto fatto da Armando Iannucci con l’irresistibile Morto Stalin, se ne fa un altro (2017), ovvero riprendere vicende storiche dello scorso secolo, dal taglio spesso cupo, con un approccio da commedia dell’assurdo. Peccato che dopo un inizio carico di spunti The Swedish Connection si sfaldi progressivamente, dimostrandosi sin troppo timido per essere anche incisivo e tagliente nella sua anima puramente satirica.
La sceneggiatura avanza imperterrita con una tale impazienza che impedisce di approfondire pienamente i personaggi e le dinamiche tra loro. Già il velocissimo prologo, che in una manciata di minuti ci introduce tramite voice-over, scritte su schermo e mappe geografiche al corposo background, mette le cose in chiaro e il ritmo sostenuto non abbandonerà mai il film, rivelandosi come il principale tallone di Achille dell’intero costrutto.
I vari passaggi della trama vengono esposti in fretta e furia piuttosto che essere sviluppati a dovere e si scivola in diverse occasioni nella farsa involontaria, senza trovare il giusto mood tra commedia e dramma storico che sarebbe stato d’uopo.
Pro e contro
Quando poi il film decide di prendersi sul serio, si tona ancora più bruscamente questa mancanza di equilibrio. Nonostante queste difficoltà che emergono nel corso della visione, The Swedish Connection ha il merito di raccontare con leggerezza una pagina sconosciuta ai più, consegnandoci la figura di un eroe “invisibile” che è rimasto tale fino alla sua morte, prima che le sue gesta venissero infine alla luce.
E l’eterogeneo cast conferisce ai vari personaggi la giusta dose di varietà e simpatia, pur alle prese con figure spesso caricaturali che si muovono nel gran ambaradan burocratico: tolte un paio di sequenze all’aperto, la maggior parte della vicenda si svolge in interni, in quei palazzi del potere dove le decisioni sulla vita e la morte di centinaia di individui sono nelle mani di pochi uomini, retti o ambigui al pubblico scoprirlo.
Peccato come detto che a tratti i registi Thérèse Ahlbeck e Marcus Olsson cerchino di coprire mesi e mesi di eventi, con decine di vite salvate, complesse manovre politiche e sviluppi inaspettati sul fronte a far capolino nelle varie svolte narrative, fino a quella scritta a precedere i titoli di coda che ci informa del destino a venire del principale protagonista.
Conclusioni finali
Una pellicola che sa di occasione mancata The Swedish Connection, in quanto sì gradevole nel tentare di raccontare una pagina drammatica della storia con un tocco di leggerezza, ma poco equilibrato nel mix tragicomico e nel ritmo al fulmicotone. Le lodevoli gesta di chi cercò di salvare quante più persone possibili dalla “soluzione finale” nazista, viaggiano tra uffici e ministeri, con le logiche della burocrazia che rischiano di avere il sopravvento.
Una vicenda reale poco conosciuta anche dagli stessi svedesi, in un’operazione che aspira a essere qualcosa di diverso dal solito didascalico film reverenziale. Peccato che a conti fatti resti poco a livello emozionale e di sensazioni, tanto che al giungere dei credits quanto appena visto si dimentica assai in fretta.