The Outrun: un intenso dramma sulle dipendenze con Saoirse Ronan – Recensione

The Outrun

Conosciamo la giovane protagonista Rona mentre svuota i bicchieri abbandonati dai clienti di un pub londinese che sta chiudendo, prima di essere portata fuori di peso dal buttafuori. Quello che segue nelle quasi due ore di The Outrun – Nelle isole estreme non è una storia di caduta e redenzione nel senso classico del termine, perché la regista Nora Fingscheidt si rifiuta di offrirla a lei e al pubblico.

Toccare e fondo e il risalire infatti coesistono, si sovrappongono e si contraddicono, con una struttura temporale che salta avanti e indietro nel tempo, tra la metropoli della dipendenza e la quiete tagliente delle isole Orcadi, dove Rona è tornata in famiglia per cercare di disintossicarsi e affrontare una volta per tutte quei demoni che continuano ad assalirla. Tra pensieri intrusivi che si insinuano in una routine potenzialmente catartica, la ragazza dovrà finalmente comprendere quale sia il proprio posto nel mondo.

The Outrun: una corsa da vincere – recensione

Un film spigoloso ma avvolgente, che opta per non raccontare la guarigione come una linea retta, ma come un percorso irto di ostacoli e di nuovi sbagli, adattamento dell’autobiografia di Amy Liptrot, scrittrice scozzese che nel 2016 aveva raccontato le proprie esperienze, dalla dipendenza dall’alcool alla successiva riabilitazione. Un materiale letterario già di per sé stratificato, portato in scena con una sceneggiatura non fa sconti, tra spunti e suggestioni.

Saoirse Ronan è il principale motivo di interesse di The Outrun funziona, e sarebbe disonesto negarlo. A trent’anni, con già quattro candidature all’Oscar alle spalle, l’attrice irlandese consegna una delle sue interpretazioni più coraggiose e totalizzanti: capelli tinti di blu, urla e sfoghi, crisi e momenti di rabbia, in quel lungo alternarsi tra alti e bassi che caratterizza la sua maturazione, fino a quell’epilogo infine liberatorio e visivamente poetico.

Mancanze e nuovi inizi

La narrazione corre a tratti il rischio di diventare ripetitiva, ma è un dato di fatto quasi necessario giacché la dipendenza stessa è per sua natura ciclica e qui si vuole trascinare lo spettatore nella medesima circolarità. The Outrun tende però a evitare le trappole più ovvie del genere, senza indorare la pillola o edulcorare con retorica glamour e gratuita la discesa negli abissi, ma anzi mostrandola in tutte le sue insostenibili contraddizioni.

Si scampa la ricerca di forzate scene madri, in favore di una sincerità di intenti che trova genuina forza nello straordinario trasporto della sua protagonista. Le Orcadi sono l’ideale palcoscenico del racconto, un paesaggio che non consola ma rapisce nella sua essenza selvaggia, obbligando a fare i conti con se stessi in quanto privi delle distrazioni che la grande città si porta inevitabilmente appresso e di quella folla dove rendersi invisibili.

Un’esperienza personalissima restituita con sguardo universale, come uno spazio aspro e malinconico, che si fa dolorosamente forza sulla sua straordinaria attrice.

Conclusioni finali

Nora Fingscheidt porta sul grande schermo l’autobiografia di Amy Liptrot in un dramma sulla dipendenza che rifiuta la linearità della catarsi classica, per affidarsi a una struttura frammentata e irrequieta, con il netto contrasto tra la Londra metropolitana e l’isolamento potenzialmente salvifico delle isole Orcadi.

The Outrun brilla e soffre con Saoirse Ronan, che offre forse la prova più inquieta della sua carriera, in un personaggio che non concede alibi né alla protagonista stessa né allo spettatore. In un racconto di autodistruzione e potenziale rinascita, di oblii e nuovi inizi, dove gli spettri del passato sono memoria necessaria alle speranze del futuro.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here