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The Other: un horror senza mezze misure – Recensione

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Robin e Daniel sono coppia una benestante la cui vita apparentemente perfetta nasconde un vuoto potenzialmente devastante. La donna è infatti reduce da quattro aborti spontanei, che hanno impedito loro fin ad oggi di poter diventare genitori. Quando decidono di intraprendere la strada dell’affido con possibilità di adozione, chiedono esplicitamente una bambina che abbia davvero bisogno di affetto, vedendo l’opportunità come una sorta di redenzione personale.

In The Other entra così in scena Kathelia, bambina nera di circa otto anni, rimasta muta in seguito al trauma che ha coinvolto la sua famiglia originaria, della quale è l’unica superstite. Robin e Daniel sono convinti che l’amore e le buone intenzioni saranno sufficienti a guarire qualsiasi ferita, ignari di quanto li attende. Dall’arrivo della piccola infatti la vita dei protagonisti prende una piega complicata e una serie di eventi inquietanti rischiano di minare la tranquillità delle mura domestiche.

The Other: chi è l’altro? – recensione

Un horror a basso budget girato nell’arco di poche settimane nella casa della madre del regista Paul Etheredge, inseritosi in quel filone sempre più affollato dell’horror sull’adozione che dal cult The Orphan (2009) in poi ha continuato a esplorare l’ansia genitoriale, trasformando pargoli vulnerabili in minacce dalle origini potenzialmente soprannaturali.

The Other parte bene, con una premessa ricca di suggestioni, salvo poi rallentare in quella parte centrale che si perde in divagazioni sin troppo diluite, per poi riprendere sprint in quella resa dei conti finale che, tra reminiscenze body horror e sussulti splatter, alza l’asticella della violenza su lidi fino ad allora insospettabili. Il tutto pur rischiando di scadere nell’assurdo e prendendo a pugni l’ipotetica verosimiglianza, per quanto applicata ai dettami di genere.

Nero a metà

Inizialmente The Other sembra suggere sfumature che guardano al black horror contemporaneo, con la metafora su come i bianchi della classe media si sentano intrinsecamente terrorizzati dalle persone nere. Il fatto che la bambina sia di un colore di pelle diverso da quella dei genitori adottivi lasciava adito a discorsi razziali e sociali, ma progressivamente questo spunto viene lasciato nel dimenticatoio per concentrarsi sull’anima puramente “fantastica” di una presunta possessione.

La sceneggiatura divide il racconto in tre atti radicalmente diversi per tono e approccio, una scelta che può spiazzare lo spettatore maggiormente abituato a una narrazione canonica. Un thriller psicologico con contaminazioni drammatiche, che accumula inquietudini sul parto e su quella nuova presenza esterna che rivoluziona la routine domestica, si trasforma – anche letteralmente – in una creatura ibrida, tra marcescenze fisiche e non che si esplicitano lasciando poco all’immaginazione, tanto che anche lo slasher fa capolino, tra ironia e sfacciataggine.

La varietà è senza dubbio notevole e alcune soluzioni riescono anche a divertire nello loro verve citazionista, ma nel complesso il film paga la sua natura multiforme che, complice anche la breve durata di un’ora e mezzo, condensa tanto in un tempo troppo breve, senza trovare quell’equilibrio necessario a farne convivere tutte le disparate anime.

Conclusioni finali

The Other è una produzione a basso costo che si rifiuta ostinatamente di giocare secondo regole consolidate: un approccio apprezzabile ma che avrebbe necessitato di una maggior finezza di intenti, e che a conti fatti risulta un polpettone confuso e stralunato, che vive di sussulti qua e là.

Tra dramma psicologico e body horror, tra suggestioni alla Orphan e assurdità mediche, il film si bea della propria essenza anarchica perdendo di vista la costruzione del racconto e dell’atmosfera, inglobati in un percorso schizofrenico, destinato ad accompagnarci a quel rocambolesco finale, permeato almeno di autoironia e frattaglie kitsch.

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