Sam Walker è un’astronauta che viene ritrovata miracolosamente viva all’interno di una capsula spaziale parzialmente distrutta, alla deriva nelle acque dell’Oceano Atlantico dopo un atterraggio a dir poco problematico. Per la protagonista di The Astronaut quella che dovrebbe essere una storia di sopravvivenza a lieto fine si trasforma rapidamente in un incubo burocratico e sanitario.
Dietro l’ambigua supervisione del padre, l’integerrimo generale William Harris, la donna viene infatti costretta a trascorrere la convalescenza in una struttura isolata nella foresta, con tanto di safe house sotterranea, per essere sottoposta a una serie di estenuanti test medici e psichiatrici. Con il passare dei giorni Sam inizia a essere vittima di inquietanti visioni e a manifestare sintomi sempre più inspiegabili, cominciando a sospettare che durante la sua missione nello spazio qualcosa l’abbia seguita fino sulla Terra.
The Astronaut: tra cielo e Terra – recensione
Lo spazio profondo è terreno ideale per ambientare horror a tema, là dove nessuno può sentirti urlare. Ma se l’azione, pur partendo da relative premesse, si sposta poi sul nostro pianeta? The Astronaut non è certo un film da prendere come modello, giacché pur covando in sé spunti potenzialmente intriganti finisce per scadere in soluzioni inverosimili e poco riuscite, anche in un’ottica di pura sospensione dell’incredulità.
L’incipit potrebbe ricordare vagamente il più ben conosciuto La moglie dell’astronauta (1999) con Johnny Depp e Charlize Theron o ancora il seminale cult degli anni Cinquanta L’astronave atomica del dottor Quatermass (1955). Lo si intuisce sin dai primi minuti quando scopriamo che la protagonista, ricoverata in ospedale per riprendersi dal trauma, è ora in possesso di poteri telecinetici che, incomprensibilmente, sceglie di non rivelare a nessuno.
Soltanto una delle numerose forzature che avranno luogo nel corso dell’ora e mezzo di visione, ambientata per la sua quasi totalità in questa struttura isolata nella foresta, tra bunker e videocamere di sorveglianza che poco servono a proteggere la cosmonauta da quell’incubo che si trasforma progressivamente in realtà.
Extraterrestre portami via
Se da un lato l’impianto claustrofobico iniziale apre a suggestioni – ciò che Sam vede/sente è frutto della sua mente o sta accadendo realmente? – grazie anche a una gestione degli spazi chiusi che amplifica efficacemente il suo senso di alienazione, dall’altro la sceneggiatura si perde in soluzioni che non hanno ne capo ne coda. Quando poi The Astronaut decide di sfiorare il ridicolo citando apertamente una delle scene madri di Jurassic Park (1994), si comprende come l’operazione abbia raggiunto uno status involontariamente parodico.
Non mancano neanche vaghi sussulti da body-horror, ma il tutto viene affrontato in maniera poco consapevole, come un’accozzaglia di influenze che cavalcano ulteriori echi spielberghiani in quell’epilogo da vedere per poterci credere. In questo marasma Kate Mara fa quel che può nelle vesti di una protagonista maltrattata dalla sceneggiatura, con Laurence Fishburne nell’ennesimo ruolo secondario e alimentare della carriera post Matrix.
Conclusioni finali
Quello che sulla carta poteva essere un intrigante fanta-horror inciampa nelle falle di una sceneggiatura che gira costantemente a vuoto, schiava di un canovaccio ripetitivo e inutilmente claustrofobico. Non basta l’impegno di Kate Mara a salvare un’opera e una protagonista cariche di ambizioni ma fortemente imperfette.
The Astronaut parte bene ma si smarrisce strada facendo, vittima di svolte narrative che, soprattutto nell’ultimo terzo, sconfinano progressivamente nei territori dell’improbabile, epilogo compreso. L’angoscia della minaccia incombente, indipendentemente dal fatto che provenga dall’interno o dall’esterno, viene così sacrificata sull’altare di sviluppi inverosimili, alla continua ricerca del colpo di scena senza però costruirne adeguatamente le premesse.









