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Strawberry Mansion – La casa di fragola: viaggio nel mondo dei sogni – Recensione

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In un prossimo futuro i sogni non sono più privati: il governo li ha trasformati in merce tassabile, installando pubblicità invasive nei pensieri più intimi dei cittadini e inviando revisori incaricati di calcolare quanto dovuto in base agli oggetti che compaiono durante il sonno. Qualsiasi cosa possieda un valore commerciale viene catalogata e fatta pagare di conseguenza.

Protagonista di Strawberry Mansion – La casa di fragola è James Preble, uno di questi impiegati governativi dal carattere mite e meticoloso, che prende il proprio lavoro tremendamente sul serio, al punto da registrare le sue stesse fasi oniriche per poi rivederle una volta sveglio, tramite apparecchi speciali in grado di archiviare ogni dettaglio. Quando viene inviato in campagna per controllare i sogni di Arabella Isadora, anziana artista che vive da sola nella fatiscente dimora del titolo insieme alla sua tartaruga domestica, si aspetta un incarico di routine.

Invece scopre che Bella ha resistito alla sorveglianza statale rimanendo ostinatamente analogica: ha registrato tutto su una vasta biblioteca di videocassette e utilizza equipaggiamenti fatti in casa per bypassare i sistemi di monitoraggio governativi. James viene catturato da quella marea di filmati e finisce risucchiato in una situazione sempre più strana e potenzialmente pericolosa.

Strawberry Mansion: i sogni son desideri – recensione

Nel 2017 la coppia di registi formata da Kentucker Audley e Albert Birney aveva realizzato Sylvio, bizzarra commedia incentrata su un gorilla gentile e incompreso che ama i pupazzi e sogna di diventare una star televisiva, fissando già allora le coordinate di una partnership creativa all’insegna di una follia immaginifica. Quattro anni dopo, con Strawberry Mansion – La casa di fragola, questa poetica si spinge ancora oltre, trasformandosi in un mix affascinante e fuori di testa, che guarda apertamente al cinema di Michel Gondry, David Lynch e Wes Anderson.

Ne scaturiscono novanta minuti di visione all’insegna dell’incredibile, con quasi ogni scena concepita per spiazzare lo spettatore, mentre il visionario e il grottesco prendono progressivamente il sopravvento in un’atmosfera perlopiù giocosa, scossa solo nel finale da improvvisi impeti più cupi e burrascosi, quando il sogno, per cause esterne, rischia di mutare in un incubo senza apparente via d’uscita.

Sensazioni ed emozioni tra i due mondi

Il tutto è attraversato da una love story apparentemente impossibile, sospesa tra mondi, epoche e dimensioni diverse, che colora la vicenda di toni dolcemente malinconici. Creature umanoidi buffe o inquietanti a seconda dei casi – teste finte di lupi, topi e rane –, venditori compulsivi capaci di intercettare i gusti dell’utente sulla scia dei moderni social network, figure mostruose che rimandano a immaginari pagani, stanze rosa shocking come rifugi ipoteticamente sicuri: un continuo banchetto per lo sguardo, ricco di spunti e citazioni da cogliere con attenzione.

E poi composizioni geometriche alla Wes Anderson, creature che sembrano uscite da Mulholland Drive (2001) e richiami espliciti – come il registratore portatile – al Twin Peaks di David Lynch, fino a un’atmosfera eternamente incantata che rimanda a L’arte del sogno (2006) di Gondry. Modelli che i due autori omaggiano più volte senza nasconderlo, sfruttando anche la perfetta armonia tra i protagonisti, con lo stesso Kentucker Audley anche davanti alla macchina da presa nei panni del “controllore” e Grace Glowicki in quelli più leggiadri della giovane Bella, figura salvifica ed elegiaca del racconto.

E se a tratti Strawberry Mansion – La casa di fragola sembra compiacersi del proprio stile spinto all’eccesso, si tratta di un limite facilmente perdonabile, anche in virtù del budget ridotto e dell’inventiva che ha portato i due autori a ingegnarsi senza sosta per tradurre idee “larger than life” in immagini comunque credibili ed esteticamente appaganti.

Conclusioni finali

Una visione che non lascia indifferenti, sempre pronta a sorprendere lo spettatore disposto ad avvicinarsi senza pregiudizi, accettando di farsi trascinare in questa storia sospesa tra una realtà distopica a venire – l’ambientazione è un 2035 vagamente futuristico – e il mondo onirico nel quale il malcapitato protagonista si ritrova a viaggiare per lavoro.

Controllore, o meglio esattore, dei sogni altrui per conto del governo, James Preble si ritrova suo malgrado coinvolto in una (dis)avventura a cavallo tra le realtà, tra nostalgie e incubi macabri, all’interno di una messa in scena colorata e visionaria, improbabile ma riuscito incontro tra le atmosfere di David Lynch e Wes Anderson. Un film piccolo, ma animato da una forte voglia di (stra)fare, capace di prendersi dei rischi che vengono ripagati da un risultato finale inaspettatamente accattivante.

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