A quattro anni dall’ultimo album, dopo aver suonato nei templi della musica dal vivo in Italia e oltreconfine e aver riscritto il proprio percorso passo dopo passo, Serena Brancale è pronta a tornare con il suo attesissimo nuovo album: “SACRO”, in uscita oggi venerdì 10 aprile. Un disco che racconta chi è diventata Serena oggi. Se “Qui con me” è stata una lettera dedicata alla madre, il nuovo album espande quel racconto e lo rende universale. Gli ingredienti predominanti sono le radici, la spiritualità, l’appartenenza e la libertà, ma allo stesso tempo festa e celebrazione. Un progetto che conferma Serena Brancale come una delle voci più riconoscibili e internazionali del panorama italiano contemporaneo. Noi di SuperGuidaTv abbiamo intervistato per voi Serena Brancale. Ecco cosa ci ha raccontato l’artista.
Intervista a Serena Brancale
Serena, benvenuta su SuperGuidaTV. Reduce da Sanremo: che esperienza è stata e cosa ti ha lasciato?
È stata l’esperienza più importante, forse la più importante in assoluto, perché mi sono liberata di qualcosa di super intimo. Avevo bisogno di tempo per parlarne e poter cantare questa lettera a mia madre è stato davvero emozionante. Non cambierei nulla di questo Sanremo: è stato tutto perfetto, sia la resa vocale sia il fatto di emozionarmi davanti al pubblico in modo naturale. L’ho trovato molto terapeutico, quindi per questo è stato il Sanremo più speciale, diverso da tutti gli altri. L’anno scorso non sarei stata pronta, mentre quest’anno mi sentivo più forte, con la schiena più dritta per affrontare tutto questo.
Hai trasformato una ferita intima in qualcosa di universale, regalandola al pubblico. Oggi che rapporto hai con quella ferita dopo averla condivisa?
È stato molto importante parlarne, soprattutto su quel palco, perché io non sono una persona che tende a raccontare il dolore. Di solito preferisco far vedere che va tutto bene, perché sono una persona positiva, portata alla festa. Infatti in Sacro c’è tanta energia e solo uno spunto di riflessione, come “Qui con me”, che è una lettera. C’è anche un brano dedicato alla mia città, “Bariamore”, che chiude l’album. Oggi ho un buon rapporto con il dolore: sono consapevole di provarlo e, soprattutto quest’anno, riesco a parlarne senza sviare. Però caratterialmente resto una persona che tende a vedere il lato positivo e a non buttarsi giù.
Oggi presenti Sacro, un album dal titolo molto forte. Com’è nata questa idea e cosa rappresenta per te?
Sacro è una raccolta di immagini, di fotografie degli ultimi quattro anni. Da “Baccalà” ho iniziato a conservare momenti importanti. È una ricerca sul dialetto, sul folklore, su ciò che appartiene alla mia terra. Ma Sacro è anche il lavoro terapeutico che la musica è stata per me negli ultimi anni, ed è anche il modo in cui amo mescolare i generi musicali. Questa libertà, anche un po’ incosciente, per me è sacra.
Nell’album ci sono collaborazioni importanti. Come sono nate e come le hai scelte?
Quando scrivi un brano immagini già una voce che possa essere perfetta insieme alla tua, quindi “spari in alto” e poi succede qualcosa di magico. È stato straordinario avere Alborosie nell’album, vedere il suo entusiasmo nell’accettare. Poi Omara Portuondo, una voce incredibile con più di 90 anni, che ha deciso di esserci. Lo stesso vale per le mie amiche Levante e Delia: sono tutte collaborazioni nate dal desiderio reale di condividere la musica con persone che stimo e che sento giuste per quei brani.
Ricordi un momento preciso in cui hai deciso che Sacro doveva nascere?
Dopo “Qui con me” e dopo la conferma della mia partecipazione a Sanremo da parte di Carlo Conti. Quando ho capito che avrei cantato quel brano, ho pensato che dopo una canzone così potente fosse giusto chiudere un capitolo.
Hai citato prima Levante e Delia: ci racconti come è nata questa collaborazione?
Nasce dalla stima che ho per Claudia (Levante) e per Delia. Claudia la conosco da sempre come fan, poi ci siamo ritrovate a condividere l’idea di raccontare il nostro paese, il legame con la terra d’origine. Ci sentiamo tutte un po’ “fuorisede”, persone che hanno realizzato qualcosa fuori dalla propria città. “Al mio paese” parla proprio di questo, tra cliché e luoghi comuni che fanno sorridere e che è bello ricordare e cantare.
“Anima e Core” e “Serenata” sono state grandi hit. Quando presenti un nuovo brano senti la pressione del confronto?
No, perché “Qui con me” ad esempio non è un brano radiofonico: avevo proprio l’esigenza di cantare qualcosa dove la voce fosse protagonista. Se penso ad “Anima e Core” ero in una fase diversa, anche visivamente. Quando comunichi un brano nel modo giusto non pensi al confronto: è semplicemente un’altra cosa.
Porterai Sacro in tour. Come immagini i tuoi concerti?
Mi immagino un tour molto impegnativo: si ballerà tanto, ma canterò anche molto di più rispetto all’anno scorso, perché ci sono pezzi vocalmente complessi. Ci saranno più musicisti e mi piace partire dall’estero — Londra, Madrid, Barcellona — per poi tornare più forte in Italia. Cantare fuori ti dà coraggio.
E invece la Serena privata, quella che non vediamo?
Ho una vita molto semplice. Non faccio grandi cose né grandi uscite. Mi piace fare cose normali che mi aiutano a ritrovare l’equilibrio. Dopo un tour o giornate di promozione torno a casa, guardo un film o esco a cena con amici, ma senza fare tardi. Non sono una persona da notti post-concerto: la mia è una vita tranquilla.
Ultima domanda: cosa ti rende più felice oggi e cosa ti spaventa di più?
Sono iperattiva e faccio fatica a fermarmi perché sto vivendo un momento magico, pieno di amore e soddisfazioni. Ho però la paura che tutto questo possa finire da un momento all’altro. Per questo continuo a studiare, scrivere, suonare: voglio restare sempre allenata e presente musicalmente. Ho paura di perdere questi momenti, ma la cosa che mi rende più felice è sentirmi lucida. Non perdo mai il senso di ciò che faccio.









