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Sanremo Festival dei ritorni? No, della rottura col passato!

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Il Festival di Sanremo è finito, con buona pace di ammiratori e detrattori, distanti su tutto tranne che su una cosa: lo hanno guardato, questo è certo. E sì, perché 13 milioni di telespettatori non si fanno così per caso, quindi chissà in quanti avranno lanciato il sasso e poi hanno nascosto… il telecomando.

Suvvia, pochi giri di parole (anzi fiumi, con un saluto ai Jalisse): a noi il Festival è piaciuto. E non è la prima volta. Ce ne vergogniamo? Ehm, direi proprio di no, perché parliamo di televisione da anni e abbiamo imparato un po’ a capirla. Quello che abbiamo capito da Sanremo è che dietro c’è un lavoro immenso che di lavoro ne ha dato a tantissime persone, e questo non possiamo che apprezzarlo.

Festival di Sanremo, questa non è la solita recensione

Ma questo non è l’ennesimo papiro critico e di recensione su Sanremo 2022, ne avete già letti abbastanza. A dire la verità li abbiamo letti anche noi, e su molti di questi abbiamo letto una cosa: pare che Sanremo 2022 sia stato il Festival del ritorno al passato.

Tornano Gianni Morandi e Massimo Ranieri che mancano da quando Blanco, uno dei vincitori, non era ancora nemmeno nei piani dei suoi genitori. E poi ancora Elisa, Donatella Rettore, Iva Zanicchi e compagnia cantante (nel vero senso della parola).

Tornano Amadeus e Fiorello che avevano detto “basta”, insomma continua a tornare un passato che non se ne vuole andare, che si ripropone come un cenone di San Silvestro il giorno dopo.

E invece a noi non solo non si è riproposto sullo stomaco, anzi lo abbiamo apprezzato ancora di più questo gran cenone del Festival, perché più che un ritorno al passato Sanremo 2022 ha rappresentato una vera rottura col passato.

C’era una volta un Sanremo tutto in tiro, impostato, artefatto, una sorta di cena di gala di Fantozzi dalla Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, con tutti gli occhi addosso e l’impossibilità di essere imperfetti e poco impomatati.

La musica è cambiata, e Sanremo è a passo con i tempi

Bene, la musica è cambiata (sì, abbiamo fatto un altro gioco di parole tra i modi di dire e il Festival, scusateci). Amadeus, da 3 anni a questa parte, ha cercato di svecchiare Sanremo (da un punto di vista di usanze, non di anagrafe), gli ha allentato il nodo della cravatta e gli ha concesso anche di stare comodamente in canottiera come a casa propria in una domenica pomeriggio di luglio (vero, Giovanni Truppi?).

Alcuni avranno notato che Ama ha liberato i presentatori da quella tradizionale quanto stucchevole usanza di annunciare cantanti e canzoni con quell’impostazione fissa del “Di Panzeri, Rastelli, Mascheroni… ‘Papaveri e papere’, dirige l’orchestra il maestro Tal dei tali, canta… Nilla Pizzi”.

Per carità, le tradizioni non si cambiano, ma un tono un po’ più “scialla” non va mica male. D’altronde che avrà fatto mai di grave Amadeus, mica è come mettere la panna nella carbonara! (Perché no, ci sono delle tradizioni che a noi Italiani non ce le dovete toccare).

Insomma, tutto il clima sanremese è stato meno impostato e più rilassato, mettendo il pubblico a suo agio, togliendo alle cinque serate di Rai 1 quell’aria da alta aristocrazia borghese impellicciata che il resto del pubblico guardava come una realtà lontana e idealizzata.

Adesso Sanremo è il pubblico stesso e il pubblico stesso è Sanremo. Tutto il pubblico. Ogni singolo essere umano presente nei 13.380.000 della finale. Numeri che, appunto, non sono mica un caso.

Gli inciampi, le gaffe, gli errori, non fanno più scandalo e scalpore ma suscitano sorrisi che non deridono, perché quelli sul palco sono umani proprio come chi è a casa a guardarli e sì, anche a Sanremo si può sbagliare, poi si ride e si va avanti.

E su questo Amadeus, va detto, è un maestro perché ha il merito di aver portato una amichevole naturalità che ha reso il tutto più godibile. Naturalità di cui è meravigliosamente intrisa la scelta delle cinque co-conduttrici abbandonando le vallette, tutte sorrisi e zero parole messe lì solo a ostentare qualche bell’abito e qualche goffo tentativo di dimostrare talenti nascosti.

Sanremo è il festival della musica

Goffa non è invece la scelta, possiamo dire storica (?), di proporre cover di canzoni non italiane. Sacrilegio? Macché! Sanremo è sì il festival della musica italiana, ma soprattutto della musica.

E cosa, più della musica, riesce a essere un messaggio così universale? E allora via, va bene così, i cantanti tornano quei ragazzini che in garage cantavano le parole (a volte con un inglese improvvisato) dei loro miti d’oltre Oceano o d’oltre Manica. E a noi va benissimo così, perché ci sarà un motivo se prima dei Maneskin la nostra musica non decollava in certi ambienti esteri. Forse siamo troppo autoreferenziali? Lasciamo a voi la risposta ma ve la suggeriamo comunque noi: sì, lo siamo.

Se siete arrivati fin qui a leggere, allora vuol dire che siete davvero interessati o che forse la pensate come noi. Bene! Allora vi diamo una bella notizia: siamo giunti alla conclusione di quello che non voleva essere un lungo spiegone ma che un lungo spiegone è stato.

Conclusione

E concludiamo con una semplice considerazione: il passato è utile solo se si è in grado di discernere e dividere, di distinguere ciò che va preservato da ciò che invece non è più figlio del tempo attuale e va solo ricordato con rispetto ma senza troppe pretese né sacralità.
In natura non sopravvive il più forte, ma chi sa meglio adattarsi. Lo diceva Darwin (mica uno qualunque) e lo diciamo anche noi: Sanremo ne è la prova.

Lunga vita (ed evoluzione) a Sanremo.

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