Due scienziati – Marie e un collega – scoprono un sito di impatto meteoritico nell’Artico canadese e si avvicinano al luogo per indagare. Una forza misteriosa uccide l’uomo, mentre Marie viene infettata da qualcosa proveniente dal bolide. Un gruppo di scienziati della vicina base di ricerca la ritrova sporca di sangue e in stato di shock, riportandola alla stazione per prestarle le prime cure e comprendere cosa sia accaduto.
In Sangue e Neve la donna comincia immediatamente a manifestare comportamenti anomali ed è in possesso di una forza fisica fuori dal comune. Quando altri membri del team iniziano a morire in circostanze sospette, Marie diventa la principale indiziata. Le ricerche del professore a capo del progetto portano a credere che sia stata contagiata da un virus alieno da contenere a ogni costo, poiché potenzialmente in grado di minacciare il mondo intero. Ma la tempesta che infuria all’esterno isola completamente la base e nessun aiuto può arrivare per almeno ventiquattro ore.
Sangue e Neve: un inferno di ghiaccio – recensione
Esordio nel lungometraggio di Jesse Palangio, con un passato da direttore della fotografia, Sangue e Neve è un film che vuole omaggiare La cosa (1982) di John Carpenter, replicandone struttura narrativa, ambientazione isolata e minaccia aliena infiltrata tra gli esseri umani. Un’operazione a metà tra la citazione e l’involontaria parodia, che finisce per assomigliare a un copia-incolla incapace di replicare i fasti di quel cult immortale.
Una fotocopia sbiadita che mantiene l’impalcatura ma ne svuota il contenuto, assemblando alla rinfusa gli elementi chiave del prototipo senza comprenderne l’efficacia. Il tutto senza un budget adeguato, tanto che gli effetti speciali sono pressoché assenti, così come il make-up: la trasformazione “mostruosa” si riduce a brevi scontri a mani nude o all’uso dell’arma bianca. Inoltre, il finale dall’escalation inutilmente splatter appare più gratuito che realmente funzionale alla tensione.
Volere non è sempre potere
Il risultato è un’opera profondamente frustrante, proprio perché contiene tutti gli ingredienti necessari per funzionare ma non riesce mai a combinarli in qualcosa che valga la pena vedere, scadendo spesso nel grottesco fine a se stesso. Sangue e Neve è paradossalmente un film molto parlato, con dialoghi perlopiù esplicativi e utili solo ad allungarne la durata: in tal senso, i centodieci minuti complessivi appaiono ingiustificati rispetto a quanto mostrato su schermo.
Il senso di paranoia legato alla minaccia di origine sconosciuta viene meno fin da subito, dal momento che la sceneggiatura suggerisce rapidamente come sia Marie la reale fonte del pericolo. Le reazioni degli altri personaggi risultano spesso inverosimili, trascinando il racconto verso un colpo di scena finale – anch’esso ampiamente derivativo – che arriva senza sorprendere.
Ed è un peccato perché, nonostante i difetti elencati, dal punto di vista della messa in scena Palangio dimostra una discreta competenza tecnica: le inquadrature sono curate, la macchina da presa si muove con fluidità nei corridoi claustrofobici della base e le scene in esterni comunicano efficacemente isolamento e ostilità dell’ambiente artico. Ma quando i limiti produttivi castrano le ambizioni, il rischio di fare il passo più lungo della gamba diventa concreto, ed è esattamente ciò che è accaduto qui.
Conclusioni finali
Un titolo paradossalmente onesto nelle intenzioni, con La cosa (1982) che diventa più un calco che un modello da rielaborare per costruire una storia tensiva ambientata in una base di ricerca lontana dalla civiltà. I limiti di budget, i personaggi che parlano troppo senza incidere e un omaggio che si trasforma in imitazione finiscono per affossare i pochi spunti riusciti.
Sangue e Neve è, a conti fatti, un film privo di una vera visione, incapace di offrire qualcosa di proprio. Avrebbe probabilmente funzionato meglio come cortometraggio, dove la sintesi avrebbe garantito maggiore dinamismo a un racconto che si accende solo nel finale, con scelte peraltro discutibili e ancora una volta debitrici del prototipo carpenteriano.