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Renzo Arbore promuove il Sanremo di Carlo Conti: “Ha fatto un lavoro egregio”

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Renzo Arbore osserva Sanremo con l’occhio di chi ha attraversato decenni di musica e televisione, senza nostalgia “facile” ma con un criterio preciso: capire cosa racconta oggi il Festival e quanto riesce a restare. Nell’intervista rilasciata a Il Secolo XIX, Arbore promuove il lavoro di Carlo Conti, riconoscendogli merito e coraggio in un’edizione costruita dentro i confini (stretti) di ciò che offre il mercato discografico contemporaneo. Tra giudizi sui comici, riflessioni sulle canzoni che “passano” e rimpianto per le sempreverdi, Arbore chiude con un’idea netta: Sanremo, nel bene e nel male, continua a essere uno specchio fedele del Paese.

Renzo Arbore su Sanremo: “Onore a Carlo Conti, ha fatto un lavoro egregio”

Arbore non gira attorno al punto: i festival si fanno con “quello che passa il convento”. E dentro questa cornice, la lettura è chiara: Carlo Conti ha guardato l’offerta reale, ha scelto di conseguenza e ha portato a casa il risultato. Per Arbore è un lavoro di mestiere e responsabilità, perché tenere insieme gusti, tendenze, aspettative del pubblico e dinamiche discografiche è un esercizio tutt’altro che semplice.

Nelle sue parole c’è una promozione piena, anche se non “assoluta”: “Carlo Conti ha visto quello che offriva il mercato e lo ha preso… Conti ha fatto un lavoro egregio”. E poi l’elemento che, secondo Arbore, fa la differenza vera: la continuità. Conti non arriva a Sanremo “a freddo”, ma segue per mesi ciò che succede nella musica italiana, capisce cosa si muove e costruisce su quello.

Conti, un profilo difficile da replicare

Il giudizio diventa quasi una definizione di ruolo: Arbore dice che è complicato trovare un altro come Conti, uno che per dodici mesi si interessa davvero a ciò che agita il mondo discografico. È un riconoscimento che va oltre la conduzione televisiva: Conti viene visto come uno che “presidia” la materia, la studia, la frequenta e quindi riesce a governarla.

E proprio per questo Arbore sceglie un voto netto, senza enfasi ma con decisione: “Gli do un 8. Il mio voto è otto”. Un voto che, nel suo sottotesto, sembra dire: non tutto è perfetto (e forse non può esserlo), ma il compito è stato svolto ad alto livello.

Canzoni, comici e memoria: cosa resta dopo il Festival

Accanto alla promozione di Conti, Arbore inserisce alcune considerazioni più amare sul “dopo”. Nota che molte canzoni difficilmente resteranno nella memoria collettiva, ma allarga subito il discorso: è un fenomeno che riguarda l’intero anno musicale, non solo Sanremo. E infatti confessa di amare “esattamente il contrario”, cioè quelle canzoni destinate a durare e a sedimentarsi.

Da qui il rimpianto per le sempreverdi, che per Arbore non sono solo un vezzo nostalgico, ma un parametro culturale: brani che diventano repertorio, identità, linguaggio comune. E poi il tema della formazione: Arbore dice che la musica in Italia andrebbe studiata di più, con l’obiettivo di renderla davvero internazionale, non soltanto “competitiva” per una stagione.

C’è spazio anche per un’osservazione sul versante comico: secondo Arbore i festival “vanno per annate” e in questa edizione il punto critico, se c’è, riguarda proprio i comici, che oggi non sempre risultano tutti di livello altissimo. Non è una bocciatura totale: è il ragionamento di chi vede il Festival come un equilibrio fragile tra ingredienti, e sa che basta poco per spostare il peso da una parte.

Sanremo come specchio dell’Italia

Arbore chiude con una delle immagini più classiche, ma anche più efficaci: Sanremo come specchio degli italiani. Solo che lo fa con una sfumatura orgogliosa: gli italiani, mediamente, sarebbero persino “meglio” di tante stelle straniere. È un modo per dire che, nonostante i limiti del mercato e l’inevitabile volatilità di molte hit, il Festival continua a raccontare qualcosa di autentico sul pubblico e sul Paese.

E allora, tirando le somme, il suo verdetto diventa quasi un saluto istituzionale: “Onore a Carlo Conti perché ha svolto un compito difficilissimo”. Un riconoscimento pieno, dentro un’analisi che non nasconde le criticità, ma che separa con chiarezza il livello del lavoro fatto dalla qualità (variabile) di ciò che il mercato mette sul tavolo.

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