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Primogenito presenta l’EP ”Affogare in acque amiche”: “La musica mi permette di esprimermi, ma ciò che mi spaventa è tutto quello che non è musica” – Intervista

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Primogenito è un nome, ma anche una filosofia. Nato come primo di cinque fratelli, l’artista ha trasformato il concetto di “primogenito” in una vera e propria identità: quella di chi apre la strada, sperimenta, sbatte contro i muri e lascia una possibilità a chi viene dopo. Nel suo primo EP, Affogare in acque amiche, racconta invece il paradosso di ciò che può dare vita e, allo stesso tempo, diventare opprimente. In questa intervista a SuperGuidaTV parla del suo percorso, del primo vero concerto dell’8 ottobre, dell’esperienza sul palco del 1° Maggio e del suo rapporto con l’intelligenza artificiale e con la musica del passato.

Musica, intervista a Primogenito

Primogenito, benvenuto su SuperGuidaTV. Partiamo proprio dal tuo nome: come mai hai scelto questo nome?

In realtà il nome Primogenito nasce da due motivi. Il primo è molto semplice: sono il primo di cinque fratelli. Il secondo è legato a quello che rappresenta per me il concetto di primogenito: colui che spacca i muri, il pioniere, quello che in qualche modo subisce anche l’inesperienza dei genitori e dei parenti. Il ruolo del primogenito nel tempo è cambiato. Una volta era quello che si prendeva l’eredità, quindi essere il primo era considerato quasi esclusivamente un pregio. Oggi, forse, ci sono più contro che pro. Per me, però, Primogenito è soprattutto una filosofia. Non serve essere nati per primi per essere primogeniti. Il primogenito è un po’ un trendsetter, qualcuno che guida, anche sbattendo contro i muri, ma che apre delle possibilità per gli altri.

Il tuo primo EP si intitola ”Affogare in acque amiche”. Da dove nasce questo titolo?

Il titolo nasce proprio dal contrasto tra le due parole che lo compongono: “affogare”, quindi morire, rimanere senza ossigeno, e “acqua”, che invece rappresenta la vita. Noi siamo fatti in gran parte di acqua, quindi il paradosso è proprio questo: qualcosa che ti dà vita può anche arrivare a togliertela. ”Affogare in acque amiche” nasce da una sensazione di oppressione. Io sono cresciuto, ma la mia casa è rimasta la stessa. La mia relazione è rimasta la stessa. Sono rimasti uguali dei luoghi e delle situazioni che, in origine, erano confortevoli e sicure, ma che, a causa di un mio cambiamento, di una mia crescita caratteriale e fisica, hanno iniziato a diventare opprimenti. È questo il paradosso dell’EP: elementi che mi hanno dato vita, a un certo punto, hanno iniziato anche a togliermela.

In Ciao Vicini, mi trasferisco da voi parlo proprio della casa, che spesso diventa troppo piccola per contenere ciò che siamo diventati. In Scusa Caterina c’è invece una relazione paragonata a una casa ormai logora, segnata dal disamore. Principessa della Ferraglia racconta una sorta di gelosia suburbana: una città che sente la tua mancanza, ma che allo stesso tempo può diventare quasi passivo-aggressiva nei tuoi confronti. Sono tutti elementi che possono darti vita, ma che possono anche togliertela. E non necessariamente perché siano cambiati loro: semplicemente perché sei cambiato tu.

Hai già suonato al concerto del 1° Maggio, ma hai definito quello dell’8 ottobre il tuo “primo vero concerto”. Perché questo live è così importante per te?

Perché sarà la prima volta in cui vedrò in faccia persone che hanno speso dei soldi per venire a vedermi. È questo, fondamentalmente, il punto. Finora è stata una sorta di scommessa. Andare a vedere il concerto di un emergente che sta muovendo i primi passi, che è ancora in una fase quasi post-embrionale, significa scegliere di non affidarsi alla certezza, ma alla fiducia e alla speranza. E credo che sarà proprio questo il bello del concerto: vedere persone che hanno voglia di venire a scoprire qualcosa, che scelgono di scommettere su un artista che sta ancora costruendo il proprio percorso.

La musica è diventata il tuo percorso, ma cosa ti spaventa realmente di questo mondo?

Io ho un rapporto molto particolare tra passione ed espressione. La musica mi permette di esprimermi, mentre il pallone è sempre stata la mia vera passione. Semplicemente, essendo una persona molto espressiva, preferisco qualcosa che mi dia la possibilità di esprimermi piuttosto che seguire soltanto la mia passione. Quello che mi spaventa del mondo della musica, quindi, è tutto ciò che non è musica. È tutto quello che significa essere un artista, sempre tra virgolette, in questo mondo. 

Mi spaventa il fatto di non avere limiti. Il fatto di poter avere delle entrate, di poter fare quello che vuoi, di poter accedere a cose che magari altri non possono avere. E soprattutto il rischio di non avere più dei freni inibitori: se voglio fare qualcosa, posso farla. A volte rischi di fare una cosa non perché la scegli davvero tu, ma perché senti che “si deve fare”. Per questo sto cercando di rimettermi a fare sport e di darmi una certa regolarità. Mi sono accorto che quando per due settimane non sento una sveglia, per esempio, inizio a svuotarmi. Ho tanti pensieri e tante domande, mi svuoto delle sensazioni positive e mi riempio di negatività. Ed è una cosa che mi disturba. Quindi, in definitiva, ciò che mi spaventa di questo mondo è proprio l’accessibilità alle cose e il rischio di non avere più freni.

Musicalmente guardi molto agli anni ’60, ’70 e ’80. Cosa ti affascina di quel periodo e cosa porti nella tua musica?

È vero che ”Affogare in acque amiche” ha una sonorità molto legata agli anni ’60 e ’70, anche perché l’ho scritto in un periodo in cui ascoltavo principalmente quella musica. Oggi, però, di quegli anni ritrovo soprattutto la forma e il modo di costruire le canzoni. Dal punto di vista degli arrangiamenti sto sperimentando molto di più. Sto ascoltando artisti come Tally Hall e Penelope Scott, che hanno un approccio molto diverso alla musica e che recuperano anche elementi della tradizione popolare, un po’ come facevano i Beatles, oppure elementi più barocchi, trasportandoli nella modernità.

Quindi sto iniziando a guardare anche da un’altra parte. Non perché gli anni ’60, ’70 e ’80 non mi piacciano, ma semplicemente perché sono passati e io oggi sono in un altro momento. Probabilmente ho affrontato questa tappa in maniera diversa rispetto al giovane medio, perché non sono mai stato veramente istruito alla “buona musica”. Non mi sono quindi fatto, almeno inizialmente, tutti questi problemi legati agli anni ’60, ’70 o ’80. Il fascino verso quel mondo è arrivato recentemente e, quando sei affascinato da qualcosa, inevitabilmente ne attingi anche inconsapevolmente.

Si parla sempre di più di intelligenza artificiale nel mondo della musica. Tu la utilizzi? Ti spaventa?

Io la utilizzo spesso, sia per l’organizzazione sia come strumento al servizio dell’arte. Il problema nasce quando diventa una sostituzione. Secondo me non potrà mai sostituire completamente l’uomo. L’intelligenza artificiale può portarti da uno a un milione, ma da zero a uno ci arriva soltanto l’uomo. Quella capacità di creare una forma dal niente, di avere un’intuizione, secondo me appartiene ancora all’essere umano.

Per questo sono abbastanza tranquillo per i prossimi anni. Sono anche convinto che tutto ciò che ti allontana dalla realtà, prima o poi, generi una controtendenza e una voglia ancora più forte di tornarci. L’intelligenza artificiale, per esempio, potrebbe portarci a voler vivere sempre di più i concerti dal vivo, a voler fare viaggi da soli, a tornare a vivere esperienze reali.

C’è anche un aspetto utilitaristico: magari leggo un libro per poterlo raccontare agli amici, oppure vado in un posto e pubblico una foto per far vedere che sono lì. Ma intanto il libro l’ho letto davvero e in quel posto ci sono stato davvero. Posso andare al concerto di un artista che mi piace, magari anche con la voglia di far vedere agli altri che sono lì, ma alla fine al concerto ci sono andato. E quindi, in qualche modo, ho comunque fatto qualcosa di positivo.

Infine, cosa ha rappresentato per te salire sul palco del Concerto del 1° Maggio?

È stata soprattutto una prova. Da un punto di vista visivo è stato bellissimo. Vedere tutte quelle persone davanti a me mi ha colpito molto. Ma quello che mi ha lasciato maggiormente è la consapevolezza che quello è un gradino che voglio continuare a salire e, se necessario, anche a ridiscendere per poi risalire. Mi piacerebbe farlo tutti gli anni, il 1° Maggio.

È un’esperienza che ti permette di confrontarti con un pubblico molto vario e molto numeroso, ma anche con artisti che hanno già una carriera consolidata e che lavorano da anni nel mondo della musica. Mi ha dato la consapevolezza che, su un palco, me la posso giocare. Mi piace stare sul palco e credo che sia anche per questo che non sento particolarmente l’ansia. Alla fine mi viene chiesto semplicemente di fare quello che mi piace: esprimermi. È la voglia di dimostrare prima di tutto a me stesso, e poi anche agli altri, che qualcosa è uscito da me.

 

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