La nuova stagione della fiction Rai si apre con “Prima di noi”. La serie, in onda su Raiuno in prima serata dal 4 gennaio, racconta 60 anni di storia del nostro Paese: dal Friuli rurale alla Torino delle fabbriche, passando attraverso le due guerre mondiali, il boom economico, l’urbanizzazione, gli anni di piombo e le contestazioni, fino all’avvento della globalizzazione. Diretta da Daniele Luchetti, nel cast figurano Andrea Arcangeli, Linda Caridi, Maurizio Lastrico, Matteo Martari e Romana Maggiora Vergano.
“Prima di noi”, intervista esclusiva al regista Daniele Luchetti e ad Andrea Arcangeli e Linda Caridi
Noi di SuperGuida TV abbiamo video intervistato in esclusiva il regista Daniele Luchetti e gli attori Andrea Arcangeli e Linda Caridi. Il regista Daniele Luchetti ha spiegato come la dicotomia costruttori e distruttori in cui si articola la storia sia ancora oggi attuale: “Allora, questo è un paese sempre scisso in due. È un paese che si divide tra Guelfi e Ghibellini, Romanisti e Laziali, Nord e Sud, Nord-Est e Nord-Ovest. È un paese che basa proprio tutto sul conflitto. In questo caso, all’interno di una famiglia, che è un microcosmo che rappresenta non solo l’Italia del passato ma anche quella del presente, convivono queste due anime. I Tassan sono contadini, costruiscono, progettano, pensano di andare via, pensano di generare figli. Invece la parte distruttiva, i Sartori, Maurizio e i suoi figli, non fanno bene i conti con l’idea di dover essere uomini in un certo modo, cioè coraggiosi e vincenti. Dove il coraggio non c’è, non esiste una parola a definire questa condizione se non “vigliacco”. Essere depressi, in un’epoca in cui non era ancora stata inventata la parola “depressione”, genera confusione e sofferenza, rendendo il racconto dinamico ma soprattutto degno della nostra identificazione, del nostro sguardo. Il mio sforzo è stato quello di fare in modo che si potesse entrare dentro questa storia pensando: “Siamo noi, potremmo essere noi; se non siamo noi, sono i nostri nonni; se non sono i nostri nonni, sono i nostri bisnonni, ma comunque abbiamo qualcosa a che fare con tutto questo”. Quindi ho cercato di avvicinare questa storia lontana attraverso i sentimenti, i comportamenti, le sensazioni tattili, persino i vestiti che indossano, dando la sensazione che li abbiamo prima o poi toccati in qualche cassetto”.
Andrea Arcangeli ha parlato del suo personaggio, Maurizio: “Mi ha colpito proprio il coraggio nel raccontare un antieroe, un racconto molto vero, un po’ in controtendenza rispetto all’idea che il soldato sia colui che compie atti eroici. Invece, nella prima puntata vediamo un ragazzo di vent’anni che, alla sua prima esperienza, è devastato dopo mesi e settimane di fronte. Scappa, se ne va, non ne vuole sapere, non ha alcun interesse a essere l’eroe di cui il mondo ha bisogno in quel momento. Chiaramente, in quell’epoca, significava la pena di morte; significava essere marchiato come vigliacco, come traditore. Lui, invece, porta addosso questi marchi semplicemente perché non può impedire a se stesso di essere un ragazzo di vent’anni che non ha alcuna intenzione di morire. Questo crea un forte innesco negativo nella sua mente: da quel momento lui non capisce più qual è il suo ruolo all’interno della società. E proprio questo, a mio avviso, rende il racconto interessante: andare a raccontare la fragilità di un ragazzo piuttosto che il suo eroismo”.
Sebbene non sia centrale, nella serie si toccano anche aspetti legati alla salute mentale: “Rispetto a quello che raccontiamo nella storia di questa serie, si tratta di un uomo vissuto non molti anni fa, un uomo per cui la parola “depressione” non aveva alcun significato. Oggi, inevitabilmente, qualcosa si è dovuto fare: ci sono gli strumenti e le conoscenze per affrontarla, anche solo per capire di cosa si tratta. Molti spettatori, guardando la serie, hanno vecchie reminiscenze dei propri nonni. I miei, per esempio, erano due persone spesso chiuse nella loro stanza, che non sapevano dialogare e non sapevano spiegare i propri sentimenti. Probabilmente oggi sarebbe diverso”.
Linda Caridi è tra i protagonisti della serie, veste i panni di Nadia: “Devo dire che, per affrontare questa grandissima mole temporale, mi sono avvalsa di una grande squadra. Prima di tutto Daniele e Valia, che mi hanno aiutata a organizzare nel tempo le tappe di questa biografia. Ho avuto anche il supporto di una coach, Susan Maine, che mi ha aiutata a lavorare sul corpo, perché volevo rendere il mio lavoro complementare a tutto quello di trucco e prostetici pazzeschi di Lorenzo Tamburini, che mi hanno trasformata, ricostruendomi 50 anni più in là. Poi ho cercato di abitare queste stanze: ho disegnato dei riquadri, ognuno con il nome di un decennio, con riferimenti al corpo, al respiro, al baricentro, a come il corpo portava addosso i segni di ciò che era accaduto prima. Come sono le mani di una donna che ha raccolto il secchio dal pozzo fin da ragazzina, che ha staccato le rape, che ha bucato la neve per vedere cosa c’era sotto, che ha allevato dei figli e via dicendo. Come questo corpo porta addosso il suo tempo. Ho conosciuto per la prima volta la cultura friulana grazie a questo lavoro, raccontatami dall’interno da Sara De Mezzo, la nostra dialogue coach, e dalla sua famiglia, che mi ha ospitata per un po’ a casa loro. Questo mi ha permesso di immergermi in una specificità poco conosciuta e poco raccontata al cinema e in televisione: la lingua, la terra, la storia di questa regione di confine, che è stata invasa malamente nei secoli di guerra, e che mostra una freddezza iniziale molto grande, dietro la quale però c’è un enorme calore e un forte desiderio di condividere. È stato veramente un viaggio bellissimo”.
A conclusione della chiacchierata abbiamo chiesto a Linda e Andrea di fare un raffronto tra vecchie e nuove generazioni. “I giovani di oggi sono disillusi, direi. Ma secondo me c’è qualcosa di bello in tutto questo, soprattutto nell’ultima parte del racconto, quando iniziano le contestazioni e questo animo si infiamma. Sento che non c’è più interesse verso un ideale; anche nelle rare volte in cui vediamo qualcuno manifestare, siamo pronti subito a marchiarlo. Cosa fanno questi? Zecche, si dice. Però non saprei dire da dove nasca questa sorta di disillusione, questo disinteresse per ciò che accade, come se non ci riguardasse o non ci toccasse. Forse arriverà un momento diverso: tutto è ciclico e credo che, più avanti, questa ribellione interiore esploderà da qualche parte”, ha detto Arcangeli.
Anche Linda ha espresso il suo pensiero: “Noi siamo una generazione ormai adulta. Siamo rimasti un po’ schiacciati da una generazione che ha mosso e si è ritrovata protagonista di una storia italiana molto in movimento, di protesta e contestazione. Ci siamo ritrovati con quegli strumenti, ma con la disillusione nel saperli utilizzare. Io andavo in manifestazione, ma non c’era la stessa convinzione che c’era allora, e la sensazione era che quello che a livello civile si muoveva finisse spesso in un buco nell’acqua. Però già i ventenni di questa storia, i sedicenni che abbiamo incontrato e con i quali abbiamo condiviso tavolate durante le riprese, hanno qualcosa. Hanno un punto di vista che ha fatto tesoro anche degli anni difficili del Covid, dell’allontanamento dalla vita sociale, e c’è proprio un ritorno a considerare come fondamentali delle cose che noi abbiamo perso per strada. C’è anche la consapevolezza del tempo: il lavoro va bene, ma servono ore da dedicare a quello che ci piace, a ciò che ci fa stare bene. Probabilmente il fatto che oggi esista un vocabolario rispetto alla salute mentale, che ci sia la scienza che permette di affrontarla e curarla, già solo il poter dare un nome alle cose consente di organizzare il pensiero e di discernere con maggiore chiarezza ciò che ci succede dentro e di cui abbiamo bisogno. Secondo me, ho grandissima fiducia che tutto questo stia già accadendo: stiamo sviluppando degli anticorpi rispetto a questo momento storico, in cui stiamo toccando enormi fondi di orrore ovunque”.