Marco Bellocchio firma “Portobello”, nuova serie con Fabrizio Gifuni presentata alla Mostra del Cinema di Venezia e disponibile dal 20 febbraio su HBO Max. La produzione, prima italiana HBO Original, racconta la tragica vicenda del celebre conduttore Enzo Tortora, simbolo della televisione degli anni Ottanta. Al culmine della popolarità, dal 1977 guida Portobello, programma capace di incollare davanti allo schermo 28 milioni di spettatori con l’iconico pappagallo protagonista. Il successo è tale che il Presidente Sandro Pertini lo insignisce del titolo di Commendatore. Mentre il Paese è scosso da tensioni sociali e criminali, la Nuova Camorra Organizzata entra in crisi e il detenuto Giovanni Pandico, vicino al boss Raffaele Cutolo, decide di collaborare con la giustizia facendo il nome di Tortora. Il 17 giugno 1983 l’arresto segna l’inizio di un calvario giudiziario che travolge la sua carriera e la sua vita privata. Nel cast, oltre a Gifuni, figurano tra gli altri Lino Musella, Barbora Bobulova, Romana Maggiora Vergano e Federica Fracassi. Completano il quadro Gianfranco Gallo nei panni di Cutolo, Tommaso Ragno come Marco Pannella, Valeria Marini nel ruolo di Moira Orfei, Francesca Benedetti nei panni di Paola Borboni e Alessandro Preziosi come Giorgio Fontana.
“Portobello”, intervista esclusiva a Fabrizio Gifuni
Noi di SuperGuida TV, in occasione della premiere della serie a Roma, abbiamo video intervistato in esclusiva Fabrizio Gifuni. “Credo spesso che guardare al passato e alla nostra storia non basti, purtroppo, a impedirci di ripetere gli stessi errori. Penso che ormai molti di noi abbiano perso l’illusione che conoscere ciò che è stato possa davvero evitarci di ricadere negli stessi sbagli, perché la storia, anche in episodi ben più tragici di questo, come dimostrano le cronache internazionali, tende a ripetersi in modo atroce. Tuttavia sono convinto che il passato sia fondamentale per comprendere meglio la realtà: ci aiuta ad avere uno sguardo più lucido sul presente e, possibilmente, anche sul futuro. Ci sono momenti della nostra storia che è essenziale ricordare, soprattutto perché negli ultimi decenni abbiamo assistito a un costante invito a dimenticare, a rimuovere ciò che è accaduto, sia nel passato recente sia in quello più lontano. Sembra quasi che si voglia vivere in un eterno presente che, nell’immaginazione di qualcuno, dovrebbe apparire rassicurante o perfino meraviglioso. In realtà, però, ci ritroviamo ogni giorno immersi in una sorta di incubo distopico. Per questo motivo credo sia fondamentale fermarsi e capire davvero che cosa ci è successo”, ha dichiarato Gifuni sottolineando l’importanza di continuare a raccontare oggi la vicenda di Tortora.
La vicenda di Enzo Tortora fu un clamoroso errore giudiziario. La serie esce proprio a ridosso del referendum sulla giustizia di cui si sta tanto parlando. A proposito del rischio che possa essere strumentalizzata, Gifuni ha risposto: “Non ho paura. Il nostro unico timore riguardava piuttosto una coincidenza: quando si avvia un progetto, lo si immagina e lo si prepara anche due o tre anni prima. È un percorso lungo, complesso, e non si può prevedere con certezza quando uscirà, perché spesso il debutto dipende da contingenze esterne. La nostra preoccupazione era che un’opera così importante potesse diventare oggetto di letture improprie. Non temo le strumentalizzazioni in sé, ma il rischio che si creasse un ingombro, che si finisse per parlare troppo di aspetti estranei alla serie, sottraendo attenzione alla sua dimensione artistica. Sarebbe un peccato distogliere lo sguardo dalla forza creativa e dal valore del lavoro di uno dei più grandi registi al mondo”.
Ai nostri microfoni, Gifuni ha parlato del lavoro attoriale che ha fatto per avvicinarsi al personaggio di Tortora: “Quando ci si confronta con un personaggio storico realmente esistito, che ha segnato una parte importante della storia del nostro Paese, si ha a disposizione una quantità enorme di materiali. Oggi, grazie alla rete, è ancora più semplice documentarsi e accedere a fonti di ogni tipo. Io ho cercato, come faccio sempre, di prendermi tutto il tempo necessario: immergermi a lungo, guardare, ascoltare, leggere, raccogliere informazioni. È un lavoro di preparazione fatto di lenta interiorizzazione, un processo che deve sedimentare e trasformarsi in qualcosa di vivo, di concreto. Noi però non siamo storici né giornalisti d’inchiesta: il nostro mestiere è diverso. Tutto quello studio deve incarnarsi in un corpo, diventare carne e sangue. Arriva quindi un momento in cui bisogna mettere da parte i libri e le ricerche e compiere quel piccolo, meraviglioso salto nel vuoto che fanno i bambini quando iniziano a giocare con assoluta serietà”.
Per Enzo Tortora si azionò una macchina del fango vergognosa che ha finito per segnarlo più del carcere. Un meccanismo che ad oggi però non è cambiato: “Non è cambiato nulla, anzi tutto si è amplificato. I social network hanno moltiplicato in modo esponenziale questi meccanismi, alimentando anche un livello di aggressività molto alto, quasi uno scatenamento tribale. Allo stesso tempo hanno reso sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale la situazione si complica ulteriormente: anche sul piano audiovisivo, tra documenti e filmati, diventa più complesso orientarsi e verificare l’autenticità delle immagini. Lo vediamo nelle guerre contemporanee e nei massacri, dove spesso è difficile difendere verità evidenti di fronte alla diffusione di menzogne. Da questo punto di vista, quella che veniva definita “macchina del fango” non si è mai davvero fermata. E l’esempio di Tortora resta un caso emblematico di resistenza morale, anche se quella resistenza fu duramente colpita e finì per avere conseguenze drammatiche sulla sua vita”.