Nell’oscurità di uno studio/laboratorio, uno Scultore ossessionato dalla perfezione modella l’argilla dando vita a dei modellini dai tratti umanoidi. Su quel tavolo da lavoro si trovano decine di creature deformi, da lui stesso create in passato. Sono dei tentativi falliti, delle versioni rifiutate, copie imperfette che il creatore ha abbandonato nel suo viaggio verso la ricercata eccellenza.
Perfezione che in Playing God sembra forse essere finalmente arrivata. L’ultimo essere sviluppato prende vita, palesando una parziale consapevolezza di dove si trova e dell’orrore che lo circonda, con gli errori passati che lo osservano con un misto di invidia e meraviglia. Protagonista nato da un Dio giudicante, pronto a notare la minima sbavatura e a far calare o meno su di lui un sipario di drammatica brutalità .
Playing God: questione di sguardo – recensione
Selezionato nella shortlist degli Oscar 2026 come miglior cortometraggio d’animazione, tra i quindici potenziali finalisti prima di essere escluso dalle nomination finali, Playing God è ora disponibile su RaiPlay.
Matteo Burani e Arianna Gheller hanno messo in scena un’operazione artistica di prima grandezza, che ha richiesto sette anni di lavorazione, dodicimila scatti fotografici e una dedizione totale a una rappresentazione potenzialmente oltranzista.
Tra stop motion tradizionale, clay animation e pixilation, i nove minuti di visione complessiva sono carichi di dettagli a tratti ossessivi, con la pelle in argilla dei malcapitati esseri venuti alla luce plasmata con precisione chirurgica. Il progetto funziona sia come esercizio tecnico che come riflessione dal taglio filosofico, con il titolo non certo casuale in quel riferimento divino che assume un ben chiaro significato.
Un vuoto da riempire
In questo mondo moderno ossessionato sempre più dalla perfezione e dal senso di inclusione, la narrazione minimale ma intensa di Playing God diventa un’esperienza emotiva viscerale, che colpisce duro e rischia di disturbare gli spettatori più sensibili, tanto che sconsigliamo ai più piccoli, nonostante sia un’opera animata, di premere play sul telecomando.
Ha infatti luogo un tour de force dell’orrore che si tinge di atmosfere progressivamente più inquiete, fino a quell’amarissimo epilogo che chiude questo cerchio infernale nel solo modo possibile. Una parabola crudele sull’abbandono e sull’ineluttabilità di un destino che sembra non lasciare scampo a chi non raggiunge certi canoni estetici, con l’assenza totale di dialoghi quale ulteriore mossa per imprimere ulteriore ansietà al racconto.
Racconto che già dai primi secondi mette in mostra quell’atmosfera decadente e opprimente, pronta ad avvinghiarsi a uno spettatore sempre più inerme, tanto rapito quanto intimorito da questa macabra fiera della genesi.
Conclusioni finali
Gli omaggi al Saturno che divora i suoi figli di Goya sono tanto dichiarati quanto evidenti, così come quell’atmosfera lugubre che permea i nove minuti di un cortometraggio per stomaci forti e menti aperte, per quel pubblico pronto a farsi trascinare nel tour de force argilloso di Playing God.
Uno Scultore-Dio che crea e disfa a piacimento modellini che assumono vita, un’estemporanea esistenza tra orrore e speranza, minacciata da deformità e imperfezioni che rischiano di compromettere la loro stessa esistenza. Uno stop-motion precisa e inventiva, che non fa sconti e si tinge di una violenza barocca e claustrofobica che non lascia indifferenti.









