Dopo essersi fatto conoscere dal grande pubblico grazie al percorso ad Amici, Plasma è pronto ad aprire un nuovo capitolo della sua carriera. Il giovane cantautore genovese pubblica infatti “Perdigiorno”, un EP che raccoglie i brani presentati nel talent e nuovi pezzi che raccontano il suo universo artistico fatto di emozioni, fragilità e immagini profondamente legate alla sua Genova. Un progetto che segna una nuova fase della sua crescita personale e musicale. Ne parliamo proprio con lui.
Intervisa a Plasma di Amici
Benvenuto su SuperGuidaTV. Siamo qui per parlare del tuo nuovo EP, “Perdigiorno”. Sembra quasi una dichiarazione d’identità. Chi è oggi Plasma?
“Perdigiorno” è sicuramente un’espressione che oggi ha un’accezione prevalentemente negativa. Viviamo in una società molto legata alla performance, dove spesso troviamo il nostro valore in quello che facciamo più che in ciò che siamo. Quando scrivo, però, lo faccio sempre con il cuore di chi si perde di giorno: sono connesso all’attività che sto svolgendo, più che al risultato finale. La nostra è anche la generazione che ha inventato una nuova categoria, quella dei NEET, persone che non lavorano e non studiano, spesso considerate “perse”. Io penso invece che, oggi, non fare niente possa essere persino un atto di grande libertà. Nonostante io sia un grande stacanovista e non mi fermi mai, credo che da quel modo di stare al mondo ci sia molto da imparare. Per questo ho deciso di dare questo titolo all’EP.
Hai raccontato che questo progetto nasce dal guardare il mondo con gli occhi di un adolescente. Cosa hai ritrovato di quel periodo che avevi perso lungo il percorso?
Dell’adolescenza mi affascina moltissimo la sincerità con cui si guardano le proprie emozioni. Non esistono ancora tutti quei filtri che impariamo da adulti per regolarci e dosare ciò che proviamo. Gran parte della mia ispirazione arriva proprio da lì. Molti dei miei testi, infatti, nascono da pile di fogli che avevo scritto durante l’adolescenza, un periodo in cui il rapporto con le emozioni era molto più diretto e vivido.
Hai mai avuto paura di esporti troppo nelle tue canzoni?
No, forse commetto addirittura l’errore opposto. Ho la tendenza a essere completamente onesto quando scrivo. Nell’arte abbiamo questo privilegio e cerco di sfruttarlo fino in fondo.
“Colore”, uno dei brani dell’EP, viene descritto come un pezzo diretto e senza filtri. Qual è stata la verità più difficile da mettere nero su bianco?
Probabilmente guardare in faccia alcuni schemi relazionali che tendono a ripetersi. Però è anche l’unico modo per superarli e andare avanti, quindi sono contento di averlo fatto.
C’è qualcosa del tuo passato che oggi guardi con occhi diversi?
Praticamente tutto. Ho avuto una crescita non sempre semplice, ma anche gli ostacoli che all’epoca mi sembravano enormi oggi sono soltanto piccoli punti all’interno di una storia molto più grande. Mi hanno insegnato tantissimo e rifarei tutto da capo.
Vieni dall’esperienza di Amici, appena conclusa. Che cosa ha rappresentato per te questo percorso?
È stato innanzitutto un percorso di crescita, sia personale sia artistica. Personale perché vivi in una casa con venti ragazzi e sei costretto a confrontarti continuamente con te stesso. Artistica perché la scuola offre davvero tante opportunità e strumenti.
C’è stato un momento particolarmente difficile all’interno della scuola?
Tantissimi. In più occasioni ho pensato: “Adesso faccio le valigie e me ne vado”. Però quei problemi sono stati affrontati e superati. E alla fine sono proprio quelli che ti insegnano di più.
C’è un consiglio ricevuto da Maria De Filippi che porterai sempre con te?
Maria mi diceva sempre: “Ma scrivi!”. Ci teneva molto che continuassi a scrivere, anche durante il lavoro sulle cover. Sosteneva che proprio lì ci fosse la mia essenza artistica. È sicuramente il consiglio che mi porto più a casa.
La scena genovese negli ultimi anni ha prodotto molti artisti capaci di conquistarsi uno spazio importante. Cosa c’è di speciale in quella città?
Non saprei dirlo con precisione. Probabilmente sono tanti fattori insieme. Forse il mare, forse una tradizione cantautorale profondissima che affonda le radici in decenni di storia e di grandi artisti. A Genova c’è l’idea che raccontarsi, esporsi e scrivere non sia qualcosa di strano, ma una parte naturale della sensibilità di chi vive lì. Sono molto orgoglioso della mia città.
Hai raccontato che la musica è nata anche da un momento molto difficile della tua vita. Oggi che rapporto hai con quel ragazzo che scrisse “Rondine”?
Un ottimo rapporto. Lo ringrazio per essersi messo in gioco e per aver affrontato difficoltà importanti. Ha avuto molto coraggio e gliene sono grato.
C’è una ferita che la musica ti ha aiutato a trasformare in qualcosa di positivo?
Probabilmente proprio quella. Tutta l’esperienza dell’ospedale, quando ero ragazzino. È lì che ho iniziato a scrivere e che mi sono avvicinato alla musica per la prima volta. Mi viene in mente la filosofia giapponese del kintsugi, quella che ripara le crepe con l’oro. La musica, per me, fa esattamente questo.
Qual è il sogno artistico che non hai ancora raccontato a nessuno?
In realtà lo sto già realizzando in parte. Sto facendo musica a un livello che mi soddisfa, sto girando, sto cantando e spero di poterlo fare sempre di più e davanti a un pubblico sempre più grande. Questo è il binario che voglio seguire.
Il featuring dei sogni?
Madame.
Come mai?
Apprezzo moltissimo la sincerità con cui si approccia alla musica e mi ci rivedo.
In “Perdigiorno” sembri raccontare una generazione che vive emozioni intense ma spesso si sente smarrita. Che messaggio vorresti lasciare ai ragazzi che si riconoscono nelle tue canzoni?
Direi loro di attraversare tutti i propri stati emotivi come un esploratore, non come un giudice.
Ultima domanda: cosa ti fa più paura di questa professione?
La velocità con cui arriva il giudizio del pubblico.
Ti ha già ferito qualche volta?
Sì, è capitato.









