Gyeong-rok lavora come addetto allo smistamento dei pacchi per un grande magazzino. Proprio sul posto di lavoro ha modo di imbattersi nella misteriosa Mi-jung, ragazza che cerca di nascondersi il più possibile allo sguardo altrui, trascurando il suo aspetto fisico. Yo-han, un loro collega dall’indole estremamente socievole, diventa amico del primo e cerca di fare da Cupido per aiutarlo a conquistare la fiducia della seconda, non abituata a ricevere certe attenzioni.
Tra i protagonisti di Pavana si sviluppa un rapporto tenero che cresce giorno dopo giorno e fuori da quegli spazi sotterranei dove si vedono ogni mattina troveranno finalmente quella luce reciproca che li aiuterà a conoscere l’altro e, di rimando, ulteriormente loro stessi. Perché l’amore è cieco, ma pronto a vederci benissimo quando l’anima gemella è a portata di mano.
Pavana: le regole dell’attrazione – Recensione
La Corea del Sud odierna, con l’ossessione per la chirurgia estetica e i volti puliti dei gruppi k-pop, maschili o femminili che siano, ha fatto suoi degli standard estetici talmente rigidi da trasformare i volti in maschere intercambiabili. Ed è proprio contro questa cultura dell’apparenza che lo scrittore Park Min-gyu aveva pubblicato nel 2009 il romanzo del quale Pavana è libero adattamento. Una critica feroce mascherata da melodramma romantico, raccontante la storia d’amore tra lui, ambito da tutte le colleghe, e lei, considerata come la classica “bruttina” che non dà nell’occhio.
Il romanzo alla base era pieno di riferimenti alla musica occidentale e costruito come un racconto di formazione con l’intento preciso di raccontare molto altro. Evidente erano le influenze del famoso collega giapponese Haruki Murakami, tanto nello stile quanto nella struttura solo apparentemente frammentaria.
Nel portarlo in carne e ossa il regista Lee Jong-pil ha sceglie di snelli i riferimenti metanarrativi, abbandonando quel linguaggio sulla carta sperimentale per innestare un love-story contemporanea più a prova di grande pubblico, per quanto interessante anche quando cedente il passo a una prevedibile retorica di genere.
Insieme fino alla fine, costi quel che costi
Una storia di primi amori all’insegna della speranza, anche se il finale è più amaro del previsto e potrebbe non piacere a tutti. Certo da tempo la cinematografia sudcoreana ci ha abituato a racconti dove i lieto fine non sono sempre dietro l’angolo e chi ha già dimestichezza con pellicole di tali latitudini rimarrà probabilmente meno spiazzato.
Laddove Pavana fatica maggiormente è nella gestione di alcune svolte parzialmente intuibili, con i vari sottotesti delle pagine scritte che sono stati sin troppo semplificati in una confezione sì avvolgente dal punto di vista emotivo, ma a conti fatti più di routine rispetto a quanto inizialmente premesso.
A compensare le falle di questa narrazione che si “autoaddomestica”, soprattutto nella seconda metà ci pensano le ottime prove del cast, con l’alchimia tra i protagonisti Go Ah-sung – ex bambina prodigio di The Host (2006) – e Moon Sang-min che riesce a impreziosire anche i passaggi più convenzionali.
Conclusioni finali
Lei da sempre invisibile, lui conteso dalle colleghe ma in cerca di qualcosa di più: un amore sui generis quello al centro di Pavana, adattamento di un romanzo che addolcisce in una chiave melodrammatica a prova di grande pubblico, con tutti i pro e i contro del caso.
Emozioni e lacrimuccie fanno capolino soprattutto nella seconda metà, dove la speranza va di pari passo con un alone da imminente tragedia. Una storia all’insegna della gentilezza, che riflette sulle logiche dell’apparire nella Corea del Sud contemporanea, smussando però i notevoli tratti critici del libro in un sentimentalismo dal piglio più classico.