Passenger, un horror on the road – La recensione

Passenger

Tyler e Maddie sono una giovane coppia che ha scelto la vita on the road: a bordo di un furgone di color arancione viaggiano per gli Stati Uniti in cerca dell’avventura. Proprio nel corso del loro tragitto, i protagonisti di Passenger si imbattono nella scena di un incidente stradale nel quale l’occupante ha perso la vita in circostanze a dir poco traumatiche.

Da quel momento i due cominciano a essere vittime di inquietanti fenomeni: il loro mezzo di trasporto è sfregiato da dei graffi spaventosi, Maddie si sente continuamente osservata e una presenza inspiegabile comincia ben presto a tormentarli. Mentre fanno i conti con la loro relazione – lui le ha chiesto di sposarlo – i Nostri dovranno affrontare qualcosa di ben più spaventoso, legati a un’antica leggenda diffusa tra i cosiddetti “vagabondi della strada”.

Passenger: mai fermarsi – recensione

André Ovredal è un regista che nel corso della propria carriera ha svariato sui più diversi generi: dal folklore norvegese di Troll Hunter (2010) all’orrore claustrofobico di Autopsy (2016), passando per l’antologia horror per ragazzi di Scary Stories to Tell in the Dark (2019) fino alla particolare rilettura del vampiro per eccellenza in Demeter – Il risveglio di Dracula (2023), il norvegese ha attraversato mille mondi del fantastico.

Con Passenger ha scelto l’anima on the road, con quelle strade notturne dove si nasconde ciò che non è mostrabile, con l’orrore pronto a scatenarsi quando calano le tenebre e fermarsi per una sosta può voler dire andare dritti incontro alla propria morte. Come d’altronde viene già letteralmente esplicitato nel prologo, dove una breve pausa-pipì diventa foriera di un massacro in divenire di origine sovrannaturale.

Un viaggio da dimenticare

Gioca con la percezione degli spazi, con quegli ambienti che mutano distanze e soggetti, nei momenti più riusciti, affidandosi invece a soluzioni maggiormente prevedibili nei passaggi più pigri. Passenger è quello che una volta sarebbe stato definito il “classico horror estivo”, ideale per una serata all’insegna del disimpegno e di qualche, divertente, spavento. E questo, almeno per chi scrive, non è necessariamente un male in un momento dove l’elevated horror o la violenza pura si spartiscono il mercato di genere.

Il tema del viaggio, con tanto di riferimento al cosiddetto codice HOBO, una sorta di linguaggio di simboli realmente esistente che usavano tra loro camionisti e vagabondi nelle strade americane, diventa così palcoscenico ideale per questo esasperato gioco del gatto e del topo, che può riportare alla mente anche la premessa alla base di It Follows (2014), cult dello scorso decennio. Anche qui infatti la minaccia fantasmatica “pedina” i protagonisti, non importa quanto questi si allontanino dal luogo del primo avvistamento, come una sorta di perenne pericolo che impedisce loro un attimo di quiete; o meglio, il giorno con il sole che splende è ancora arco temporale salvifico, salvo poi cedere al buio della notte, dove d’altronde da sempre si cela l’anima pura dell’horror.

Conclusioni finali

Pare quasi uno scontro esistenziale tra le incognite di una vita on the road, ricca di sorprese tanto negative quanto positive, e la tranquillità di una quotidianità stabile tra le mura domestiche. Passenger adotta questa premessa, nel legame tra i due protagonisti, per inscenare la miccia horror del film, dove proprio l’odissea del viaggio diventa foriera di insidie soprannaturali.

Dopo il prologo che ci getta sin da subito nei meandri dell’orrore, il film si concentra sulla coppia che scoppia, giocando con la percezione degli spazi dentro e fuori dall’abitacolo di quel furgone che diventa al contempo prigione e via di fuga. Un horror tipicamente estivo, intelligente quanto basta e consapevole dei propri limiti, senza mai cercare di elevarsi a qualcosa che non è.

Avatar for Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto a pane (anzi focaccia, da buon genovese) e classici hollywoodiani e scoperto, con il trascorrere degli anni, il fascino di cinematografie più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte a 360 gradi, senza restrizioni geografiche o temporali di sorta, scrivo nel settore su svariate testate da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito della critica musicale. Con un debole per il tennis (primo estimatore di Roger Federer), il rock dalle sonorità più estreme a quelle più leggere e cantautoriali, e la birra artigianale, perché una buona pinta, insieme a un film, ci sta sempre bene.